SINOSSI

Una donna ancora giovane, serena e appagata viene abbandonata all'improvviso dal marito e precipita in un gorgo scuro e antico. Rimasta con i due figli e il cane, profondamente segnata dal dolore e dall'umiliazione, Olga, dalla tranquilla Torino dove si è trasferita da qualche anno, è risucchiata tra i fantasmi della sua infanzia napoletana, che si impossessano del presente e la chiudono in una alienata e intermittente percezione di sé. Comincia così una caduta rovinosa.

RECENSIONE

Il primo approccio con Elena Ferrante, con una sua opera minore, si è rivelato piuttosto positivo, facendo venir meno pregiudizi negativi. Ma non essendo una sua opera "tipica", è difficile farvi affidamento. La Napoli e la napoletanità, protagoniste dei suoi scritti più famosi, qui sono quasi assenti, privando il libro di quell'aspetto neorealista per cui le sue opere sono diventate tanto celebri. I giorni dell'abbandono è narrato con un linguaggio profondamente poetico, vi sono espressioni che catturano, quasi lasciano senza fiato per l'intensità. L'autrice riesce a creare immagini forti per trasmettere il dolore della protagonista ("mi si erano spente le vene", "non avevo voglia di reggere me stessa tutto il giorno"), tuttavia diventa col passare delle pagine una forma espressiva quasi esagerata, si lascia andare troppo, fino a diventare innaturale: la gente non pensa in modo così poetico, soprattutto quando è triste, quando è a pezzi come la protagonista. Ci sono metafore lunghe anche qualche riga, nate dai suoi pensieri, come se invece di essere straziata dal dolore pensasse a quali parole potrebbero esprimere al meglio quello che prova; per non parlare delle varie tonalità di colore che nomina, come se il lettore medio distinguesse tutte quelle sfumature nella sua quotidianeità. Altro aspetto negativo è la volgarità superflua che emerge di tanto in tanto, come se solo per il fatto di essere stata lasciata la protagonista debba cominciare a essere volgare e, pur prendendo coscienza di ciò, dovrebbe ritenerla una cosa normale. Se si è tristi e depressi si diventa volgari? La poca credibilità linguistica si riflette purtroppo anche in alcuni aspetti della trama. Vi sono espedienti narrativi forzati per esprimere concetti più profondi, per mandare un messaggio al lettore. Ma un libro simile, che parla della sofferenza e della delusione dovute all'abbandono, dovrebbe riflettere quello che il lettore proverebbe, soprattutto in un libro scritto in prima persona come questo. Il senso di abbandono e del mondo che crolla addosso alla protagonista sono resi bene, ma il rapporto madre-figli che ne risulta è spesso raccapricciante. La loro è una famiglia normale, i figli sono bambini normali senza particolari problemi. Eppure, tramite i vari episodi della quotidianità, appare la loro brutalità, che il lettore non avrà difficoltà a far risalire al comportamento educativo dei genitori, che appare anch’esso ad un primo sguardo normale. Emerge come crescere figli può risultare sicuramente un compito difficile, ma alla fine essi sono pur sempre il prodotto di quello che i genitori vogliono trasmettere. Colpisce infine come per la protagonista il marito venga molto prima dei figli. Quando si subisce una delusione così, verrebbe da pensare che si tenda ad aggrapparsi con tutte le forze ai figli, che sono l´unica cosa che possa far trovare sempre la motivazione ad andare avanti. Lei invece dice più volte di come non le importi assolutamente niente di loro, sono solamente un peso. Sotto vari punti di vista è quindi un libro che apre a molte riflessioni e che darebbe il diritto alla Ferrante di affermare al sua fama anche grazie a queste opere meno conosciute.

[RECENSIONE A CURA DI BIBBAGOOD]

Autore Elena Ferrante
Editore E/O
Pagine 228
Anno di pubblicazione 2015
ISBN-10(13) 9788866326410
Prezzo di copertina 9,90 €
Prezzo e-book 6,99 €
Categoria Contemporaneo - Attualità - Sociale - Psicologico