SINOSSI

La protagonista del romanzo, registrata all'anagrafe come Vera - da Venera - si chiama in realtà Nera, perché l'impiegato dell'anagrafe era duro d'orecchie. E questo non è l'unico "errore" sotto il quale Nera viene al mondo in una famiglia di madre suicida e padre emigrante; infatti, a entrambi i piedi Nera ha sei dita. A parte questi due dettagli - uno che può essere sopportato e l'altro che può essere nascosto - Nera, in una famiglia di grassi e analfabeti, è intelligente e sinuosa come un gatto, e soprattutto è interessata a sedurre gli uomini: non per farci l'amore, ma per raccontarli. Per scrivere, si riduce a vivere, e la vita, subito, è quella risicata di un piccolo paesino in provincia di Catania, Vulcanello, dove vive con Natalina, figlia della sua madrina che, a sua volta e dopo la dipartita per diabete di quest'ultima, è diventata la madrina in carica. Così, in un crescendo di uomini sedotti e abbandonati, di corredi e lenzuola di lino e pizzi (che sono poi il lavoro di Natalina, che a mano a mano assume la statura di un Efesto nella sua fucina), Nera percorre la parabola ambiziosa e seduttrice di una ragazza di provincia nel 1968, e tanto insegue la scrittura, fino a raggiungere i caratteri cubitali della cronaca nera. Forse perché Nera fa teatro, sempre, con tutti, a partire da sé.

RECENSIONE

Un personaggio dentro il personaggio per un romanzo dentro il romanzo. Incastri perfetti per un libro dalle pagine magnetiche. La prima volta che vidi Silvana Grasso fu alla presentazione del suo libro Il cuore a destra. La vidi e dissi a me stessa "questa donna è un genio, è folle, e ha il potere di dire tutto quello che ha la voglia di dire, senza censure, senza preservare parole e termini". Ricordo che parlava incessantemente, spiegava del suo nuovo lavoro, di come le trame per le sue storie le vengono in mente la domenica mattina mentre gira il ragù. Parlava e all'improvviso aveva voglia di mandarini, e i mandarini arrivavano, perché a Silvana di no non si può dire, come la sua scrittura sapientemente selvatica, lei rapisce e ogni parola proferita dalla sua bocca -inevitabilmente rossa – diventa miele e verbo. Ne ho letti un paio di suoi libri, quelli più recenti, e sono tutti costellati da tanti piccoli dettagli che valgono più del suo nome scritto sulla copertina. Silvana è talmente caratteristica e fuori dal comune che la riconosci dalla sua scrittura, il suo nome è relativo: apro, leggo e il nome sulla copertina non mi serve, Silvana è tra le righe.
I temi sono spesso ricorrenti: la madre morta, a memoria, me la ricordo in Disìo, in Solo se c'è la luna, e adesso in La domenica vestivi di rosso; poi c'è l'elemento della Luna, in cui Silvana ci sguazza dentro come un pesce sul fondale, tirando fuori certi pezzi di letteratura che raramente riesco a trovare su altri libri; i capelli rossi, che la accomunano ad alcune sue creature letterarie, me li ricordo in modo particolare in Disìo: Memi, la protagonista, avrebbe voluto andare a letto e risvegliarsi calva piuttosto che portarsi addosso quei capelli di fuoco, mentre Nerina, senza il suo mantello rosso che le scende dalla testa, ne morirebbe. E poi c'è l'anomalia fisica, il cuore dalla parte sbagliata del petto in una delle gemelle di Il cuore a destra, la pelle bianchissima di Gelsomina che si squaglia al sole e le dita dei piedi di Nerina che sono dodici. Un'altra immagine ricorrente è quella del vestito da sposa nella cassa da morto, questa mi turba sempre. Ma c'è anche altro, il rapporta madre figlia, il mare, il dolore viscerale, la morte... tutti elementi e argomenti che Silvana gestisce magistralmente, e se ne frega se una parola le esce in dialetto, se i continentali possono capirla o meno, quella parola viene concepita in dialetto e, sulla carta, in dialetto deve morire. Per questo la ringrazio, mi ha dato il coraggio di scrivere così come viene, svenandomi sul foglio bianco e buttandoci dentro tutto quello che ho nella bocca dello stomaco, senza se e senza ma. La domenica vestivi di rosso (Marsilio) è la storia di Nera, che nasce Vera, ma niente di lei sembra essere vero. Il nome è sbagliato, le dita dei piedi sono sbagliate, la prima madre è sbagliata, che si ammazza, e pure la seconda, che pure muore; le resta la terza di madre che la cresce senza farle mancare nulla. Nera trascorre la sua intera esistenza alla ricerca di personaggi da vivere e da mettere su carta, e per farlo si serve della sensualità che sa di possedere, l'unica cosa vera della sua vita. Il suo personaggio lo trova in un professore che tutte le mattine incontra alla stazione, glielo legge dentro che lui è il personaggio che stava cercando e sedurlo diventa il suo obbiettivo principale. Nerina aveva ragione, il professore è un personaggio strepitoso per il suo romanzo, soprattutto quando crede che Nerina sia la donna che ha amato in passato. Nerina non può lasciarsi scappare un personaggio così e allora fingerà di essere proprio il vecchio amore del professore, fino a quando non si vestirà di rosso. Un groviglio di personaggi fuori dal comune per una scrittura e un'autrice fuori dal comune. Dopo questo libro sono ancora più convinta che Silvana Grasso può anche scrivere le fesserie più assurde del mondo ma finché ci mette dentro la sua scrittura potente fatta di pensieri onirici che su carta diventano epici, contaminati dal dialetto e dalla Sicilia, io continuerò a leggerla senza staccare un attimo gli occhi dalle pagine.

[RECENSIONE A CURA DI BIBI]

Autore Silvana Grasso
Editore Marsilio
Pagine 188
Anno edizione 2018
Edizione Romanzi e racconti
ISBN-10(13) 9788831743129
Prezzo di copertina 16,00 €
Prezzo e-book 9,99 €
Categoria Contemporaneo - Attualità - Sociale - Psicologico