SINOSSI

Un pomeriggio, in una elegante pasticceria di Budapest, una donna racconta a un'altra donna come un giorno, avendo trovato nel portafogli di suo marito un pezzetto di nastro viola, abbia capito che nella vita di lui c'era stata, e forse c'era ancora, una passione segreta e bruciante, e come da quel momento abbia cercato, invano, di riconquistarlo. Una notte, in un caffè della stessa città, bevendo vino e fumando una sigaretta dopo l'altra, l'uomo che è stato suo marito racconta a un altro uomo come abbia aspettato per anni una donna che era diventata per lui una ragione di vita e insieme "un veleno mortale", e come, dopo aver lasciato per lei la prima moglie, l'abbia sposata - e poi inesorabilmente perduta. All'alba, in un alberghetto di Roma, sfogliando un album di fotografie, questa stessa donna racconta al suo amante (un batterista ungherese) come lei, la serva venuta dalla campagna, sia riuscita a sposare un uomo ricco, e come nella passione possa esserci ferocia, risentimento, vendetta. Molti anni dopo, nel bar di New York dove lavora, sarà proprio il batterista a raccontare a un esule del suo stesso paese l'epilogo di tutta la storia. Al pari delle "Braci" e di "Divorzio a Buda", questo romanzo appartiene al periodo più felice e incandescente dell'opera di Márai, quegli anni Quaranta in cui lo scrittore sembra aver voluto fissare in perfetti cristalli alcuni intrecci di passioni e menzogne, di tradimenti e crudeltà, di rivolte e dedizioni che hanno la capacità di parlare a ogni lettore.

RECENSIONE

La donna giusta racconta di un triangolo amoroso, o più probabilmente un quasi quadrato se diciamo effettivamente le cose come stanno, di tradimenti, di sentimenti, di differenze sociali tra borghesia e nobiltà e, nelle ultime due parti, delle condizioni di guerra. Il libro è diviso in quattro macro capitoli di cui uno è l'epilogo. I primi due capitoli, scritti nel 1941, che inizialmente dovevano essere gli unici, sono quelli che ho apprezzato di più. Nel primo capitolo a parlare è Marika, moglie di Peter, un uomo illustre, figlio di una famiglia ricca e importante. Marika si ritrova a parlare di Peter con un'amica, in una vecchia pasticceria, mentre l'ormai ex marito sta acquistando della scorza d'arancia per la sua amante, cercando di non farsi vedere dall'uomo. Le racconta di come un giorno, nel portafogli che lei gli aveva regalato, trova un nastro viola che sicuramente appartiene ad una donna che Peter ha amato in passato e che non ha mai dimenticato. Marika, con una malinconia che si può toccare con le mani, racconta all'amica tutto quello che riguarda la loro storia d'amore: il fidanzamento, la strana amicizia con lo scrittore Lazar, la vita coniugale sempre più difficile e insostenibile e la morte del figlio che pare fosse il loro unico collante. Dal momento in cui Marika trova il nostro viola, vuole assolutamente scoprire chi è la donna che suo marito non ha mai dimenticato. Mai avrebbe pensato che quella donna fosse più vicina a lei di quanto immaginasse. A raccontare di Judit, l'amante, è Peter, nella seconda parte del libro. Anche lui racconta ad un amico come è andata fra loro. Il loro amore giovanile, l'allontanamento a causa del suo matrimonio con Marika, il ritrovamento, la differenza tra Marika e Judit. In questa e nella parte successiva l'autore insiste sulla differenza economica dei due amanti. Peter infatti racconta di come Judit abbia trascorso l’infanzia in assoluta povertà e di come adesso che sembra una donna di classe gli sta prosciugando tutti gli averi. Sarà Judit stessa a raccontarlo nel terzo capitolo. La donna racconta di aver vissuto in una fossa con dei topi, di non avere scarpe e di aver trovato un lavoro solo per poter rinfacciare tutto ai ricchi, un giorno. Il suo intento è sempre stato arricchirsi a spese di Peter non solo economicamente ma anche psicologicamente, per poterlo guardare dalla stessa prospettiva e riscattarsi dal suo status sociale. Il capitolo in cui a parlare è Judit, l'autore lo scrive durante un soggiorno a Roma nel 1949, otto anni dopo aver scritto i primi due capitoli. In questa penultima parte l'attenzione cala un po': Judit sembra folle mentre racconta del suo passato, Peter però non è il suo unico argomento; c'è un altro amore nella sua vita che alla fine si confermerà un amore platonico (a detta sua) ed è proprio a Roma, nella stanza in cui quest'uomo ha vissuto e sul letto su cui è morto che Judit racconta come sono andate le cose fra loro a un presunto spasimante, quello a cui è affidata la conclusione della storia. Siamo nel 1980 quando Márai decide di aggiungere l'epilogo al libro. Un epilogo abbastanza inutile poiché il batterista che narra è un personaggio che con la storia non centra nulla. Serve solo a chiudere un cerchio che un altro personaggio – molto più importante per i tre protagonisti principali – avrebbe potuto chiudere divinamente, dando l'angolo mancante al mancato quadrato di cui vi parlavo. Sono tanti i concetti espressi in più di 400 pagine e tutti di rilevante importanza. Spiccano fra tutti la ricerca inutile dell'amore perfetto e la differenza sociale ed economica, che messi accanto rimandano ad una importante lezione di vita che conosciamo tutti: non importa chi sei, da dove vieni e cosa fai, se t'innamori tutto diventa irrilevante, anche se hai le tue iniziali ricamate sulle mutande.

[RECENSIONE A CURA DI BIBI]

Autore Sándor Márai
Editore Adelphi
Pagine 445
Anno edizione 2009
Edizione Gli Adelphi
ISBN-10(13) 9788845924651
Prezzo di copertina 13,00 €
Prezzo e-book 5,99 €
Categoria Contemporaneo - Attualità - Sociale - Psicologico