SINOSSI

Di che cosa parla Un angelo alla mia tavola?. Si potrebbe dire che parla di schizofrenia, ma solo nel senso originario del termine: la mente scissa in due mondi, in questo caso il mondo della vita e quello dell'arte e dell'espressione. Il mondo della vita è descritto in queste pagine nei suoi capitoli salienti: l'infanzia trascorsa a Dunedin, in Nuova Zelanda, nella povertà degli anni della Depressione; il trasferimento al sud, al seguito del padre ferroviere; i primi colpi che lasciano il segno: l'obesità infantile, la sgraziata adolescenza, la fatalità della morte con la prematura scomparsa della sorella Myrtle, l'orrore dell'ospedale psichiatrico; e poi la fuga, il tentativo di suicidio, il ritorno alla casa paterna. Il mondo dell'arte e dell'espressione vive nella compagnia dei poeti - Shakespeare, Shelley, Keats, Dylan Thomas, T.S. Eliot, Auden - che come un teatro dell'immaginario subentra spesso alla triste scena del mondo reale e restituisce la felicità perduta. Vive, infine, nella prosa stessa di Janet Frame, nella sua mobilità nervosa, nella imprevedibilità delle immagini e dello stile che ne fa una delle più grandi scrittrici del Novecento.

RECENSIONE

Nata ai confini del mondo, Janet Frame, una delle più importanti scrittrici neozelandesi, ha attraversato, tra i 20 e i 30 anni, quella crisi di mezz'età che si attraversa di solito verso i 50 anni. Nata nel 1924 in un paese dalla natura incontaminata e candidata per due volte Premio Nobel, nella sua autobiografia spiega come si perse in quella "selva oscura", con quali conseguenze e come ne sia uscita.

Janet Frame racconta nel libro come,  durante il suo percorso formativo, si sia trovata compressa tra la ricerca di un'occupazione e di un amore; non deve affrontare né la povertà né la vecchiaia, ma un disagio interiore che sarà sempre evidente in tutta la sua narrativa. Attraversando quella depressione dell'"età di mezzo", riconosciuta dagli studiosi come un vero nadir umano, come quel punto più basso della felicità umana che si basa su variabili oggettive come l'età e la salute, ma anche su altre variabili più nascoste, come la tristezza e la dipendenza psicologica, la scrittrice narra l'insicurezza e la solitudine che la portarono a vivere quegli anni giovanili ricoverata in un ospedale psichiatrico, con una diagnosi di schizofrenia in seguito rivelatasi sbagliata.  Di famiglia modesta, svolge i lavori più disparati, dall'infermiera all'insegnante, alla cameriera, sempre con la paura incombente dell'ospedale psichiatrico. «I miei anni tra i venti e i trenta, — ha dichiarato in un’intervista — sono scappati via senza lasciare tracce, come se io non esistessi».

L'accettazione del principio di realtà in aspetti fondamentali della vita quotidiana, come la socialità e il lavoro, non le impedisce di sdoppiarsi per avere ancora delle aspettative di felicità; attraverso la scrittura, l'arte, le metafore esprime il suo mondo, "that world" o "quel mondo", abitato dagli artisti e dagli anticonformisti, che si oppone a "this world" o "questo mondo", quello abitato dai normali, dagli adulti privi di immaginazione. Quando il suo primo libro di racconti, "La laguna", episodi di vita quotidiana, vince un importante premio letterario, nel suo percorso umano di sofferenza questo evento segna una rottura delle regole e un'apertura a un nuovo linguaggio, quello che le consente di superare il confine dell'infelicità. In "Un angelo alla mia tavola" la malattia diventa come un guscio e la scrittura un'evasione, una giustificazione rivolta a chi le dice che "scrivere non è una bella cosa". La scrittura per lei è precisione «Scrivo le mie parole in modo che siano perfette». Ma è anche un lasciapassare, un modo per esprimersi senza disturbare: «(…) Io per paura continuavo a obbedire e cercavo perfino di adattarmi all'opinione che avevano di me, riservandomi uno spazio di ribellione solo all'interno, in un'immaginazione che non ero neppure sicura di possedere». La sua crescita passa dunque attraverso un difficile percorso psicologico e un viaggio in Europa che la conferma scrittrice; tra i suoi scritti più importanti ricorrono le tematiche sul concetto di distanza ed estraneità, sul senso di colpa, sull'abnegazione familiare, sulla consapevolezza della società che la circonda, sulla scelta dell'indipendenza come modello di vita e sull'importanza dei riferimenti culturali.

Tramite una scrittura complessa e coinvolgente il libro svela le paure e le emozioni che attraversano la sua vita, con metafore che fanno spesso riferimento ai colori e alla natura che la circondano: «Scriverò della stagione del pericolo. Mi rinchiusero in ospedale perché si era aperto un grande squarcio nel banco di ghiaccio fra me e gli altri che guardavo allontanarsi alla deriva, insieme al loro mondo, su un mare color malva...». Anche Jane Champion, che ha diretto il film sulla sua autobiografia, fa riferimento ai colori quando descrive il suo lavoro: «...Per quanto riguarda i colori, ho sempre pensato al rosso e al verde per il mio film. Il verde è colore della Nuova Zelanda ed il rosso è il colore dei capelli di Janet...».

L'instabilità della sua vita non impedisce all'autrice di capire l'importanza della scrittura come strumento che esprime la bellezza delle cose imperfette, delle persone timide e insolite, che vivono situazioni incerte, dove la realizzazione individuale porta a una speranza condivisa, nonostante il ghiaccio tra sé e gli altri.

[RECENSIONE A CURA DI MARTAD]

Autore Janet Frame
Editore Neri Pozza
Pagine 702
Anno edizione 2010
Edizione Collana Biblioteca
Lingua Italiano
ISBN-10(13) 9788854503793
Prezzo di copertina 20,00 €
Prezzo e-book 9,99 €
Categoria Realistico - Cronaca - Saggi - Biografia