Sono passati soltanto quattro mesi da quando abbiamo proposto ai nostri iscritti e a tutti i fan che ci seguono assiduamente in rete la lettura di “Nel mare ci sono i coccodrilli” di Fabio Geda, Libro del Mese di Giugno 2010. Oggi, venerdì 29 ottobre 2010, la Rubrica Letteraria del Club del Libro vi regala un ulteriore emozionante spunto legato al libro dello scrittore torinese. La nostra Elisa (ziaBetty), caporedattrice della Rubrica Letteraria del Club, ha affrontato con entusiasmo ed emozione la sua prima intervista. Buona lettura!

Stranamente, è  l'intervistato che fa a me la prima domanda: mi chiede proprio del Club del Libro (CdL nell’intervista), di raccontargli chi siamo, come è nata questa idea, che iniziative stiamo portando avanti... il suo commento? “Ma è fantastico!”. Con queste parole si rompe quel pochino di ghiaccio che c'è e comincia la mia chiacchierata - tenetevi forte! - con Fabio Geda (FG nell’intervista), che abbiamo incontrato in occasione di una presentazione organizzata dalla libreria “La gang del pensiero” di Torino.

Fabio Geda, torinese, classe ’72, per anni si è occupato di disagio minorile. Ha esordito nel 2007 con il romanzo “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani” (selezionato per il Premio Strega, Miglior Esordio 2007, vincitore del Premio Marisa Rusconi e, in Francia, del Prix Jean Monnet des Jeunes Européens) e  l’anno successivo ha pubblicato “L’esatta sequenza dei gesti” (vincitore del Premio Grinzane Cavour e del Premio dei Lettori di Lucca).

“Nel mare ci sono i coccodrilli”, uscito nelle librerie nell’aprile 2010, è stato un successo di pubblico e critica, con oltre 100.000 copie vendute e già una trasposizione cinematografica in cantiere. Anche noi del Club del Libro abbiamo saputo apprezzarlo avendo questo libro raccolto unanimi consensi e recensioni entusiastiche tra i nostri iscritti.

 

CdL: Fabio, come stai vivendo questo periodo di successo, così fitto di impegni?

FG: Mai avrei immaginato che ci sarebbero state così tante orecchie pronte ad ascoltare questa storia e mai avrei immaginato che il libro avrebbe avuto questa diffusione. Sono affaticato, ma contento… andare in giro a parlare di “Nel mare ci sono i coccodrilli” è completamente diverso rispetto alle presentazioni di un romanzo che, per quanto possa essere bello e intenso, nasce dentro di te e spesso si arpiona molto alla tua vita e un po’ di meno alle vite degli altri. Quando vado in giro a parlare di questo libro per fortuna non si parla del libro ma della nostra vita, si parla della vita di questi ragazzi, si parla anche di politica. Penso sia molto bello che un libro di narrativa, scritto perché arrivi nelle scuole, abbia anche un valore politico.

CdL: Con questo tuo racconto, scavi nell’esperienza di Enaiatollah, andando anche oltre ciò che noi tutti vediamo e sappiamo di queste situazioni.

FG: I media comunicano ciò che avviene parlando di “immigrati clandestini”: una sorta di magma indistinto che ci assale. Ci dicono che siamo in pericolo e che dobbiamo difenderci. Uno dei motivi che ci ha spinto a scrivere questo libro è dire che in quel magma indistinto esistono singole storie, singole voci, singoli volti. C’è chi scappa da guerre, da carestie, da povertà. C'è anche chi, per necessità, è disposto a delinquere, ma distinguiamo, per favore, distinguiamo e cerchiamo di capire. La prima cosa che bisogna fare è fermarsi e dedicare del tempo all’ascolto e alla comprensione. Ho avuto la fortuna immensa di poterlo fare, di fermarmi e dire ad un ragazzino afghano di raccontarmi, piano piano, la sua storia.

CdL: Come ha funzionato la tua collaborazione con Enaiatollah?

FG: Io e Ena ci siamo affidati a vicenda. C'è stato, innanzitutto, un lungo lavoro di ricerca, abbiamo ricostruito, grazie ad Internet e a mappe geografiche, il suo percorso dall'Afghanistan all'Italia. E poi ha cominciato a raccontare...

CdL: In un tuo articolo su La Stampa, hai scritto che ad Enaiatollah “serviva un orecchio in prestito, capace poi di farsi penna”: il tuo ruolo è stato quindi più quello di traduttore che non di scrittore?

FG: Quello che ho fatto è stato lavorare sulla lingua, sulle parole, sul ritmo, ed ho giusto drammatizzato un po’ i dialoghi. Per il resto, ho rispettato e conservato la memoria di Ena.

CdL: Quindi è proprio tutto vero, nessuna “licenza poetica”?

FG: Non c’è un pensiero o un fatto che non appartenga alla sua memoria. È esattamente ciò che lui si ricorda, in tutto e per tutto.

CdL: Quanto è servito il tuo ruolo di educatore nell’ascolto della storia di Enaiatollah?

FG: Molto. Avendo fatto l’educatore in comunità per oltre dieci anni, ho imparato a fare vuoto per raccogliere una storia senza inquinarla con i tuoi pregiudizi. E ho applicato questo principio anche con Ena. Ad esempio, nel caso dei trafficanti di uomini: dal libro ne escono dignitosamente (una specie di tour operator della disperazione, necessari, in quel pezzo di mondo, per alcune categorie di persone, per poter attraversare i confini), mentre io, con il mio sguardo occidentale e privilegiato, li ho sempre, ovviamente, ritenuti orridi criminali.

CdL: Come hai conosciuto Enaiatollah?

FG: Ho conosciuto Ena alla seconda presentazione in assoluto di “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani” nell’aprile 2007, al Centro Interculturale di Torino. Chi mi ha invitato a parlare della storia da me inventata di un minore rumeno, ha invitato anche un ragazzino afghano a parlare della sua storia vera. Io, che avevo cercato di raccontare una storia potenzialmente dolorosa ma con una certa leggerezza, scopro che accanto ho una persona con una storia vera da raccontare, molto più dolorosa di quella che io nemmeno lontanamente avevo raccontato, e che la racconta con ancora più leggerezza… ed io sono rimasto a bocca aperta! Avere una storia così e raccontarla in modo così lieve, persino con ironia. Buffo peraltro che, nonostante io abbia lavorato per tanto tempo come educatore, l’abbia conosciuto già come scrittore e non prima, come educatore.

CdL: L'hai convinto subito a scrivere insieme a te questo libro?

FG: L’idea del libro è nata quella sera stessa. È stato Ena a dirmi: <<Fabio, perché non lo scrivi tu?>> e io gli ho risposto:  <<Un giorno lo facciamo, ma io ora non me la sento>>.

CdL: Che cosa ti bloccava?

FG: Ho come avuto l’impressione che lui mi stesse regalando qualcosa di immenso e non mi sentivo pronto. Volevo essere sicuro di non fare danno raccogliendo la sua memoria.

CdL: A chi è venuta l’idea del titolo?

FG: A me e all’editore piaceva molto, io amo intitolare i miei libri con qualcosa che è presente nel testo. L’unico in disaccordo era proprio Enaiatollah, perché gli sembrava infantile, un titolo “da bambini”.

CdL: Sei stato molto umile a far parlare Enaiatollah e ad affacciarti nel libro solo con degli incisi, peraltro anche ben segnalati dal cambiamento di carattere editoriale…

FG: Ci sono un sacco di libri in cui lo scrittore è così ingombrante, così pesante che lo vedi uscire dalle pagine… a me interessa poco fare il “protagonista”. Mi piace quando la letteratura si mette al servizio di una vita. Sarà che un po’ tutta la mia vita gira attorno a questo concetto: mettersi al servizio delle cose. Che bello pensare che, anche attraverso la letteratura, puoi metterti al servizio delle persone, della società, della vita e puoi farlo in punta di piedi, senza sbraitare, senza urlare, ma semplicemente  raccontando una storia a bassa voce.

CdL: Sei giunto all’obiettivo che ti eri preposto, ovvero di far conoscere questa storia a tante persone, soprattutto ai ragazzi. Pensi di essere riuscito a far arrivare il tuo messaggio?

FG: Ciò che so è che molti ragazzi leggono davvero questo libro… e già questo è un traguardo perché, se ti danno un libro a scuola, non è detto che tu lo legga davvero! Due quindicenni la scorsa settimana mi hanno scritto “Grazie, abbiamo cambiato radicalmente idea su un sacco di cose”: io trovo fantastico che un adolescente, dopo aver dedicato del tempo alla lettura del tuo libro, si prenda anche la briga di comunicarti una cosa del genere, è semplicemente meraviglioso. Mi capita spesso di andare nelle scuole, dove ci sono adolescenti che mi ascoltano, anche in maniera molto attenta, rispetto al racconto di Ena e hai la percezione netta che non si rendessero conto di tutto ciò fino a un secondo prima... e invece vedi che sono seduti accanto ad un compagno nigeriano, dietro ne hanno un altro albanese, davanti un rumeno... e io dico: <<Sono contento di essere arrivato io a raccontarvi, ma se vi girate un attimo e vi fate raccontare da quello che avete dietro la sua storia, avete la storia gratis e senza nemmeno spendere 16 euro di libro.>> Quello che mi piace dire è che ciascuno può farsi questo libro “in casa”: la badante della nonna, il magrebino che lavora in copisteria… basta solo fermarsi e chiedere <<Mi racconti la tua storia?>>… ah, che bello, quando arriva qualcuno non chiedergli i documenti ma la sua storia… che società meravigliosa saremmo!

CdL: Molti insegnanti, anche di elementari e medie, lo hanno proposto alle loro classi.

FG: Il libro era pensato proprio per i ragazzini. Addirittura, se riusciamo, il prossimo anno ne facciamo uscire una versione illustrata per le elementari; riscriverò tutto in maniera più semplice, magari mettendo in evidenza alcuni passaggi e tralasciandone altri. Mi ha fatto piacere sapere che  molti genitori lo leggono ad alta voce ai figli.

CdL: Nonostante la tragicità di ciò che viene raccontato, c’è sempre un fondo di ironia ma soprattutto di speranza...

FG: Un ragazzino l’altro giorno mi ha detto una cosa che mi ha illuminato: <<Ma alla fin fine Enaiatollah è come Harry Potter, il gesto d’amore di sua madre lo ha salvato e lo ha resto invincibile>>. È vero, Ena è esattamente come Harry Potter! Questo gesto d’amore incredibile di sua madre che lo abbandona ma, con questo abbandono carico d’amore, lo protegge...

CdL: La storia di Enaiatollah finisce bene grazie anche alle persone che lo hanno aiutato in questo suo lungo viaggio. Ci sono nel libro diversi esempi di accoglienza ed aiuto, uno su tutti l'anziana signora greca.

FG: Senza fare il libro Cuore, mi piace raccontare delle storie che insegnino qualcosa e rendano migliori. Chiunque di noi può con un gesto minuscolo fare qualcosa. Banalmente, essere meno chiusi, più curiosi… non essere superficiali, non passare sulle cose rapidamente. C’è una cosa che tutti possiamo fare, ed è fondamentale: un po’ di sana controinformazione. Bisogna essere più informati sulle cose e non tirarsi indietro quando sentiamo dire delle sciocchezze.

CdL: “Nel mare ci sono i coccodrilli” sta andando alla conquista del mondo, tradotto in ben 23 Paesi. Potrebbe essere tradotto un giorno anche in Afghanistan?

FG: Esiste un’editoria afghana, ma poi i libri non vengono diffusi e rimangono in circoli ristrettissimi di persone. Luigi De Maria, un inviato RAI, un giorno mi ha detto che stava mettendo in piedi una radio libera in Afghanistan e mi ha detto che avremmo potuto farne un radiodramma. In verità, non vorrei però che passasse il concetto che tutti i ragazzi che partono hanno un lieto fine come quello di Enaiatollah. Ci tengo sempre a dire che Ena ha una storia che finisce bene e fa piacere aver raccontato, ma non è una storia comune: su ogni Enaiat che arriva, ce ne sono centinaia che muoiono durante il tragitto, centinaia che non vengono fatti passare alla frontiera, centinaia a cui vengono prese le impronte digitali in Grecia (e se vengono prese le impronte digitali in Grecia, significa che si può fare richiesta di asilo solo lì e la Grecia non lo concede a nessuno – nemmeno ai minori).

CdL: Enaiatollah riuscirà a riabbracciare sua madre?

FG: La madre, il fratello e la sorella di Enaiat non possono venire a Torino, in primis perché gli hazara (l’etnia di Ena) non hanno uno straccio di documento, praticamente non esistono, e quindi non possono partire “legalmente”. Inoltre, non è possibile un ricongiungimento familiare perché le nostre leggi rendono tutto immensamente difficile e complesso. La famiglia di Ena attualmente è esule in Pakistan, ma si sentono comunque settimanalmente per telefono e Ena, lavorando, riesce anche a mandare periodicamente un contributo.

CdL: Com’è oggi Enaiatollah?

FG: Di giorno lavora, di sera va a scuola, ha sicuramente priorità diverse dal ventunenne medio italiano. Anche culturalmente o nei rapporti con le ragazze è molto diverso dal solito. Frequenta il Liceo socio-psico-pedagogico, a luglio si diplomerà e vorrebbe poi iscriversi all'Università, alla Facoltà di Scienze Politiche. Il suo sogno è quello di tornare in Afghanistan per far qualcosa di concreto, oppure rimanere qui e fare da portavoce ai suoi connazionali. E' sereno ed ha quella leggerezza e quello sguardo che ho rivisto anche negli altri afghani che ho conosciuto; c'è una piccola comunità afghana a Torino, di circa 70 ragazzi, e sono tutti meravigliosi.

CdL: Non hai avuto paura di essere inserito nel filone del “Cacciatore di aquiloni”?

FG: No, non ho avuto paura perché di base la scelta è stata da subito da un’altra. Avremmo potuto fare un romanzo di 700 pagine, bastava inventare e montare bene la panna per ogni avvenimento. Oppure un fedele reportage, in cui io intervistavo Enaiat in maniera documentaristica e riportavo il suo vissuto, condendolo con tante belle note sulla situazione geopolitica ed economica dell’Afghanistan… e invece noi abbiamo preferito raccontare e basta, con uno stile semplice ed immediato. E credo sia stata proprio questa la chiave del successo dei Coccodrilli.

 

Assieme a tutto lo Staff del Club del Libro, ringrazio ancora una volta Fabio per la sua simpatia e disponibilità e do appuntamento a voi, cari amici del Club del Libro, sul Forum, per parlare di Fabio e dei suoi libri, per commentare insieme questa intervista... e per una sorpresa davvero speciale!

(articolo a cura di Elisa Gelsomino)

 

Collage di foto scattate durante la presentazione di "Nel mare ci sono i coccodrilli" di Fabio Geda, presso la libreria "La gang del pensiero", Torino