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Stephen King è in libreria con Fine turno (trad. G. Arduino, Sperling & Kupfer), capitolo conclusivo della sua trilogia poliziesca, iniziata con Mr. Mercedes e continuata con Chi perde paga, per scoprire finalmente come si conclude la vicenda dell'ex detective Bill Hodges e della sua più grande nemesi, Mr. Mercedes.

Un piccolo dolore al fianco, nulla di che sicuramente, calcolando la sua età un pochino avanzata: Bill è sicuro che si tratti solo di una banale ulcera, che si può curare velocemente e senza troppe complicazioni. Anche perché lui e la sua collega Holly Gibney devono mandare avanti la loro attività, la società Finding Keepers, e proprio quando sembra che la situazione Mr. Mercedes si sia chiusa per sempre, la vecchia ferita si riapre. Sconvolgenti ed inspiegabili suicidi si susseguono uno dopo l'altro: persone insospettabili decidono di porre fine alla propria vita, lasciando un biglietto di addio a parenti e amici, che dovrebbe essere la prova schiacciante di un suicidio. Ma quando Bill riceve la telefonata di un suo ex collega, che gli comunica il nome di una donna che si è tolta la vita e che era stata una delle vittime di Mr. Mercedes, scatta un campanello d'allarme: Brady Hartsfield, alias Mr. Mercedes, è ricoverato nella Scatola, ossia il reparto di massima sicurezza dell'ospedale cittadino e il suo cervello è ridotto in poltiglia. Non è nemmeno più una persona ma un vegetale da ormai quattro anni e non ci sono possibilità che possa recuperare. Bill ha smesso di fargli visita, ma nel momento in cui le vittime cominciano a essere ragazzine e ragazzini, adescati tramite delle consolle di video giochi, la situazione si fa allarmante e l'ex detective si convince sempre di più che Brady c'entri qualcosa, che sia lui a manovrare questa catena di morte. Come provare che un uomo che nemmeno riesce a mangiare da solo possa mantenere il controllo dei suicidi? Sembra impossibile. Intanto, col passare del tempo, si fanno sempre più gravi le condizioni di salute di Bill: le fitte al fianco non smettono, anzi s' intensificano giorno dopo giorno fino a quando lui per primo scopre che non si tratta di un'ulcera, ma di una malattia ben peggiore che sta avanzando inesorabilmente.

Il Maestro dell'Horror torna con una potenza dirompente, con una storia che sì appartiene a un filone ma che riesce a distaccarsene completamente e a stare in piedi da sola. I personaggi, i protagonisti sono sempre loro: il perspicace e testardo Bill, la complessa quanto brillante Holly, il tenero e affascinante Jerome, il terribile Brady. Eppure in questa vicenda, che come un torrente in piena trascina il lettore con sé fino all'ultima riga, scopriamo dei dettagli, delle caratteristiche di ciascuno di loro che non si potevano immaginare ma che li rendono più umani, quindi più inclini a sbagliare, ma anche più coraggiosi e sfrontati nel voler risolvere e principalmente capire quello che sta succedendo.

Stephen King riesce a scovare un modo per far quadrare in cerchio, inserendo le sue conoscenze in informatica, hackeraggio, medicina, chimica forense: ma soprattutto King è uno dei pochi a riuscire a dimostrare quanto profondamente conosca l'animo umano e a riuscire a trasferirne su carta i pensieri, i timori, i desideri.

Come spesso accade, il grosso della vicenda da cardiopalma si svolge verso la fine, ma quando si parla del Maestro è ancora più importante quello che avviene prima, perché è con maestria che porta il lettore a capire chi sia il mostro già nella prima metà del libro: eppure non è importante capire chi sia dietro la catena dei suicidi, bensì capire (o provarci almeno) come possa aver architettato tutto, quale mente malata abbia potuto partorire un progetto simile. Ecco, proprio qui sta il fascino della scrittura di Stephen King, che per l'ennesima volta riesce a dimostrarsi l'indiscusso numero uno nella scrittura del brivido, dell'horror.

(articolo a cura di Rebecca Cauda)

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