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Il Libro del Mese di Gennaio 2017 L'arte della gioia apre uno squarcio sulla fede e sulla speranza in una vita migliore, che la protagonista si guadagna grazie alla sua incredibile forza interiore. La speranza nella gioia come completamento della vita di ogni cittadino è alla base di qualsiasi politica basata sull'inclusione e il rispetto dei diritti. Proprio a testimonianza di ciò l'Unione Europea ha scelto come inno per la sua bandiera un canto che parla di speranza e serenità, un vero e proprio Inno alla gioia.

Quello che oggi è universalmente noto con il titolo di Inno alla gioia era in origine un poema, realizzato nel 1785 da Friederich von Schiller, nato nel 1759 a Marbach, in Germania e morto nel 1805. La sua educazione fu condizionata dal fatto che il padre fosse un soldato, ma la sua esperienza si rivelò diversa da quella che si potrebbe presupporre. Studiò, infatti, allo Schloss Solitude (Palazzo di Solitude) nei pressi di Stoccarda dove suo padre, al termine della carriera militare affiancò il fondatore dell'accademia scolastica nella gestione dell'edificio. Si trattava di un'accademia fondata da un ex soldato imperiale che accoglieva tanto i figli degli artigiani, quanto gli orfani dei militari. Questo senso d’inclusione e coesione tra classi sociali accompagnò Schiller per tutta la vita caratterizzando molto la sua produzione letteraria. Il poema An die freude, "Inno alla gioia" incarna proprio questo sentimento di unione e fratellanza.

Il poema di Schiller fu reso immortale dalla scelta di Ludwig van Beethoven di inserirne alcuni passaggi all'interno di una sua composizione. Si trattò di una delle sue sinfonie più celebri, la Sinfonia n. 9, che rappresentò l'ultima sinfonia completa composta dall'autore (la successiva e ultima, decima sinfonia è, infatti, incompiuta). L'opera fu composta nel 1824, quando Beethoven aveva ormai perso del tutto l'udito e consta di quattro movimenti, di cui il quarto, l'unico corale contiene la parte recitata con il testo del poema di Schiller. La struttura della parte corale è talmente ben congeniata da apparire strutturata allo stesso modo dell'intera opera, tanto da essere stata considerata come una “sinfonia nella sinfonia”, come l'ha definita il compositore statunitense Charles Rosen.

Quando nel 1971 il Consiglio d'Europa bandì un concorso pubblico per eleggere l'inno dopo la creazione della bandiera ufficiale dell'Unione Europea, la scelta non poté che ricadere su uno dei massimi compositori della modernità del nostro continente, che aveva per di più utilizzato un testo poetico basato sull'uguaglianza dei popoli diversi, sulla speranza della felicità e sulla gioia come presupposto per la pace. L'inno fu ratificato nel 1972 e la scelta di eseguirlo nelle occasioni ufficiali senza le parole, fu giustificato perché il tedesco sarebbe stato discriminante nei confronti di tutte le altre numerose lingue parlate nell'Unione. Per questo motivo nel 2003 fu creata una versione in latino, lingua considerabile super partes. La nuova versione dell'inno, Est Europa nunc unita, porta la firma di Peter Roland, ma non fu l'unica: Umberto Broccatelli, infatti, nel 2012 propose una nuova edizione dell'inno comunitario componendone il testo in esperanto, la principale lingua ausiliaria internazionale, considerata effettivamente inclusiva e non discriminante. Inventata da Ludwik Zamenhof sul finire del XIX secolo per ovviare al problema di traduzioni di testi scientifici in lingue diverse da quelle originali e per far sì che la conoscenza si diffondesse unitaria e ugualitaria a prescindere dal linguaggio utilizzato.

(articolo a cura di Francesco Isidoro Gioia)

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