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Come abbiamo letto dall'articolo introduttivo del Libro del Mese di gennaio 2017 L'arte della gioia, l'autrice ha sicuramente preso ispirazione per il suo racconto dall'esperienza diretta della sua stessa madre, una donna che ha saputo distinguersi e ritagliarsi un ruolo attivo nella vita politica e sociale dell'Italia all'inizio del XX secolo, quando ancora molti diritti civili erano negati al genere femminile. Un esempio tra i principali, è rappresentato dal processo per ottenere il diritto di voto, il cosiddetto suffragio universale.

Il primo paese europeo a concedere il diritto di voto (suffragio) universale, cioè tanto agli uomini che alle donne, è stato la Finlandia, che ha registrato anche il primato della presenza di donne tra le cariche pubbliche dello Stato. Siamo nel 1906 e per ripetere la stessa esperienza in Italia si dovranno attendere esattamente quarant'anni, durante i quali il mondo avrà assistito alle guerre mondiali, all'ascesa e declino del nazismo.

Bisogna pur ricordare che alcuni esperimenti di concessione di voto alle donne erano stati fatti in Italia già nel corso del XIX secolo. Con l'istituzione della Repubblica Romana nel 1848, ad esempio, era stata prevista la possibilità di voto per le donne, le quali però si astennero dalle elezioni per consuetudine. Dopo l'Unità (1861) si continuò a dibattere sull'argomento, ma le discussioni sul suffragio femminile si divisero in due strade diverse. Si cominciò a distinguere tra voto amministrativo, su cui le donne potevano avere una speranza di vedere riconosciuto il loro diritto a esprimersi e voto politico, assolutamente a esclusiva prerogativa maschile.

Numerosi furono i movimenti femministi a favore del suffragio universale, ma si riscontrò storicamente una scarsa commistione di uomini e donne. I politici di sesso maschile che erano a favore, ed erano molti, preferivano discutere l'argomento dal punto di vista costituzionale, cercando una strada politica per riconoscere il diritto alle donne di esprimere le proprie preferenze in politica, prima ancora di permettere loro di essere elette. Lo Stato propulsore di questo genere d'iniziative politiche fu la Gran Bretagna all'inizio Novecento, dove la stampa prese a denominare suffragette le donne appartenenti a movimenti femministi e suffragisti gli uomini che sostenevano le loro cause in Parlamento.

In Italia una prima concessione del voto universale reale si ebbe solo tra il 1919 e il 1920, anche se non poté essere applicata. L'episodio è ascritto alla sola città di Fiume, autoproclamatosi indipendente dopo la liberazione per opera di Gabriele D'Annunzio, che se ne nominò reggente per conto del Regno d'Italia. In qualità di capo dello Stato (Reggenza Italiana del Carnaro), il poeta emanò un documento ufficiale che chiamava al voto i cittadini di Fiume, di ogni sesso purché maggiorenni.

L'esperienza della città Stato di Fiume durò poco più di qualche mese, ma ormai l'argomento del suffragio universale era diventato importante a livello europeo e anche l'Italia fascista del Ventennio ci ragionò in Parlamento. Nel 1926, per le sole elezioni amministrative, fu proposto il suffragio universale, ma la legge non fu mai messa in pratica e anche in questa occasione le donne italiane si videro negato il diritto ad esprimere il proprio parere politico.

Bisogna attendere la fine della Seconda guerra mondiale e in particolare il 1946 per veder riconosciuto alle donne il diritto di voto, questa volta sia a livello amministrativo che politico. La prima volta in cui in Italia si votò con il suffragio universale fu la decisione referendaria dell'abolizione della monarchia, dopo il tradimento dei Savoia durante la guerra, e l'istituzione di una repubblica. L'unica limitazione a questo suffragio riguardò l'età minima per votare i rappresentanti del Senato (25 anni), diversa da quella prevista per eleggere i Deputati (18 anni).

Due anni più tardi, nel 1948, le Nazioni Unite, all'articolo 21 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, avrebbero finalmente sancito che "ogni individuo ha il diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti; ogni individuo ha il diritto di accedere, in condizioni di eguaglianza, ai pubblici impieghi del proprio paese; la volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo e tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto o secondo una votazione equivalente e di libera votazione".

(articolo a cura di Francesco Isidoro Gioia)

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