images/rubrica-letteraria/ritratti-autore-eugenio-montale.jpg

In occasione del trentennale della morte, avvenuta il 12 settembre 1981, la Rubrica Letteraria ricorda Eugenio Montale. Lo scrittore e poeta, Premio Nobel per la letteratura e Senatore a vita della Repubblica Italiana, è stato infatti uno dei personaggi più rappresentativi del nostro Paese.

Eugenio Montale nacque a Genova nel 1896 da una famiglia borghese e visse la sua infanzia tra il capoluogo ligure e Monterosso, nelle Cinque Terre. Diplomatosi  in ragioneria, continuò però a coltivare da autodidatta i suoi interessi letterari e culturali in genere. Iscrittosi all'Accademia Militare di Parma, prese brevemente parte alla Grande Guerra, dove conobbe letterati e scrittori che fecero nascere in lui l'amore per la poesia e lo introdussero nell'ambiente degli intellettuali torinesi. All'avvento del Fascismo, Montale ne prese subito le distanze firmando il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce e fu proprio a causa del suo rifiuto di iscriversi al Partito che, qualche anno dopo, perse la sua prestigiosa carica di direttore del Gabinetto Viesseux di Firenze e dovette dedicarsi, nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, ad attività di traduzione. Gli anni fiorentini furono per Montale i più importanti della sua vita: "Lì ho scoperto che non c'è soltanto il mare ma anche la terraferma; la terraferma della cultura, delle idee, della tradizione, dell'umanesimo. Vi ho trovato una natura diversa, compenetrata nel lavoro e nel pensiero dell'uomo. Vi ho compreso che cosa è stata, che cosa può essere una civiltà". Nel dopoguerra si trasferì a Milano, dove lavorò come redattore per il Corriere della Sera e come critico musicale e dove morì nel 1981.

La poetica montaliana è pervasa dal pessimismo e dal "male di vivere" dell'uomo del nostro tempo. La poesia per Montale è quanto di più lontano da uno strumento di elevazione spirituale: è un mezzo per indagare e conoscere la situazione dell'uomo, senza che nulla possa svelare il significato della sua vita (né la poesia, né tanto meno convinzioni religiose o politiche), ed il suo ruolo è quello, semplicemente, di dire "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo". Ogni paesaggio ed ogni oggetto è visto da Montale nel suo aspetto fisico e metafisico, nel suo essere cosa e simbolo della condizione umana di dolore e di ansia. Questa visione tragica della vita pervade tutte le sue liriche, a partire dalla prima raccolta, pubblicata nel 1925, "Ossi di seppia": lo stesso titolo paragona gli ossi di seppia che le onde portano a riva sia all'esistenza umana, ridotta ad un oggetto inanimato, sia alle poesie, illuminazioni che approdano a riva come per caso, stante l'impossibilità anche per il poeta di capire davvero e a lungo la vita e l’uomo. In "Occasioni" (1939), Montale rievoca le occasioni della sua vita passata: amori, incontri, riflessioni su avvenimenti e paesaggi, che sono ricordati non per nostalgia del passato né per consolazione del presente, bensì per essere analizzati come esemplificazioni del male di vivere. "La bufera e altro", del 1956, racconta temi di guerra e dolore, ovvero le manifestazioni più concrete ed immediate del "male di vivere". D'altronde, è proprio questo che ha reso grande Eugenio Montale, tanto che nella motivazione del Premio Nobel per la Letteratura conferitogli nel 1975, si legge: "Per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni."

(articolo a cura di Elisa Gelsomino)