Fino a cinquant'anni fa, otto italiani su dieci parlavano esclusivamente in dialetto. Oggi il 95% parla l'italiano, ma 800.000 persone sono totalmente analfabete e addirittura 6 milioni non hanno nemmeno la licenza elementare. Il dato preoccupante è che, se un tempo erano proprio i ceti bassi ad essere i meno alfabetizzati, oggi anche i laureati, con alle spalle almeno 18 anni di scuola, non sanno più né leggere né scrivere.

Certo, non si tratta di vero e proprio analfabetismo, tanto che si è coniato il termine "illetteratismo" per indicare questo fenomeno. Fatto sta che addirittura il 21% dei laureati fallisce nella comprensione di un testo elementare, così come nella produzione di un testo di media difficoltà (una lettera formale, una relazione…), evidenziando forti difficoltà nel comunicare con gli altri in modo comprensibile ed efficace, oltre che lacune nel dare una consequenzialità logica ai propri ragionamenti, soprattutto quando questi vanno messi su carta e non solo esposti oralmente. Ma di chi è la "colpa"? Innanzitutto, c'è qualche "ingranaggio inceppato" nel nostro sistema scolastico ed accademico, che contribuisce a far sì che vi siano così tanti laureati "illetterati". La scuola e l'Università spesso non danno, o non sembrano dare, la giusta importanza ad un'adeguata conoscenza della nostra lingua e alla formazione culturale a tutto tondo degli studenti, i quali non sono sufficientemente stimolati e vengono abituati ad imparare "meccanicamente" nozioni e contenuti: si passano anni sui manuali, ma senza porsi domande e soprattutto senza sviluppare l'elasticità mentale necessaria nello studio, nel lavoro, nella vita in generale. La tecnologia ha sì facilitato molte cose, ma ne ha complicate altre: basti pensare all'italiano sgrammaticato degli SMS, a quanto si siano compressi i termini di comunicazione verbale e scritta. Non si è più abituati a leggere e a scrivere, soprattutto non si è più abituati a farlo in un italiano accettabile. In fin dei conti, non stupisce poi tanto che siano tanti, troppi, i laureati che non leggono, nemmeno per lavoro: chi perché "manca il tempo", chi - e questo è decisamente allarmante – perché "leggere oggi non serve". E se anche le statistiche affermano che i laureati "illetterati" non fanno più fatica dei loro colleghi "competenti" a trovare un lavoro, noi siamo – forse un po' troppo ingenuamente - convinti che non sia così, proprio come siamo convinti che leggere, oggi più che mai, serva eccome…

Fonte: LaRepubblica.it

 

(articolo a cura di Elisa Gelsomino)