Scrivere un libro è un sogno nel cassetto di molti. Molti, tra cui pochi hanno davvero talento e potenzialità ed ancora meno riescono a trovare un editore disposto a scommettere ed investire su di loro. Ed allora, entra in scena il self-publishing.

Ci sono successi di rilievo nell'autopubblicazione: basti pensare a "Gli indifferenti", che Moravia pubblicò a sue spese, così come fece Svevo con "Senilità". In America si guarda, soprattutto negli ultimi tempi, con estremo interesse ai self-publisher, visti come incarnazione del sogno americano, del singolo che riesce ad emergere con le sue sole forze. Un caso recente è quello di Amanda Hocking, che dopo ben diciassette rifiuti per le sue storie di vampiri, ha deciso di autopubblicarsi ed in soli venti mesi ha venduto oltre un milione e mezzo di copie. In Italia, invece, anche sotto questo punto di vista siamo un po' indietro: il self-publishing è una  pratica ancora poco diffusa e gli autori che ne fanno ricorso vengono spesso bollati, diciamocelo, come "sfigati". Naturalmente non è così: c'è chi decide di autopubblicarsi solamente dopo aver tentato la via tradizionale, c'è chi sceglie di farlo a priori per dissenso nei confronti dell'editoria tradizionale, chiusa e per certi versi corrotta (case editrici storiche che pubblicano ormai lasciandosi guidare dai gusti dei potenziali lettori più che dalla qualità dei testi). C'è, ancora, chi sceglie di non avere un editore per comodità e semplicità, utilizzando sistemi quale il print on demand (stampa su richiesta), tramite il quale  il libro viene pubblicato solamente quando ordinato e acquistato da qualcuno, senza quindi alcun costo per l'autore e nessuna spessa di stoccaggio dei volumi. Spesso, parlando di self-publishing, si pone l'accento sul fatto che l'autopubblicazione, rendendo democratico l'accesso al mondo editoriale e non più così elitario il mestiere di scrittore, porti alla pubblicazione di tanta "robaccia". Naturalmente, anche in questo caso la medaglia ha due facce: ci sono vere perle che vendono giusto qualche centinaio di copie, così come best-sellers insipidi a dir poco. E poi sì, c'è anche la "robaccia" autopubblicata… ma perché mai dovrebbe indispettire più di quella pubblicata dalle grandi case editrici? Certo, è pur vero che, pubblicandosi da soli, vengono a mancare tutta una serie di "accessori" propri delle case editrici: un editor, ad esempio, così come un illustratore di copertina o un addetto marketing, sono figure importantissime che possono essere decisive nel determinare il successo di un libro. Non è detto che chi si autopubblica non possa fare da sé e altrettanto bene, ma è evidente che affidarsi a chi è "del mestiere" è un vantaggio. Un ulteriore punto da considerare sono i diritti: con il self-publishing i diritti sono tuoi e se vendi ci guadagni tu. Con un editore naturalmente non è così. Con un editore a pagamento, poi, nemmeno a parlarne: non solo cedi i tuoi diritti, ma devi anche pagare tu l'editore perché pubblichi il tuo libro. La vanity press può essere considerata un filone del self-publishing e si riferisce a chi cerca sostanzialmente appagamento della propria vanità nel vedere il proprio nome stampato sulla copertina di un libro e per farlo è disposto a pagare profumatamente (anche due o tremila euro!): il libro viene pubblicato praticamente così com'è, senza nemmeno essere letto, e l'attenzione all'autore è pressoché nulla, tanto che, delle volte, le vanity press non si occupano nemmeno della distribuzione e promozione del testo. L'editoria può essere tutta considerata un business perché regolata da leggi di mercato, ma nella vanity press a mettere mano al portafoglio è paradossalmente solo l'autore che, oltre a mettere a disposizione il frutto del suo lavoro, si accolla tanti costi e ben pochi benefici. Sarà anche per la disinformazione e la confusione che spesso si fa tra vanity press e self-publishing che molti, non solo profani ma anche addetti ai lavori, considerano gli scrittori che non si appoggiano ad editori tradizionali come, addirittura, "scrittori abusivi". Bisognerebbe invece ricordarsi che il talento dello scrittore prescinde molto spesso da case editrici e successi editoriali, ed ancor più quando si tratta di scrittori emergenti. Per concludere, un consiglio per tutti gli scrittori che passano dal Club del Libro (e dal nostro Spazio Autori!), firmato Mario Andrea Rigoni: "Non scrivere né per te né per gli altri, né per l'oggi né per il domani, né per il guadagno né per la gloria: insegui il tuo piccolo assoluto".

 

(articolo a cura di Elisa Gelsomino)