Proseguendo nel nostro viaggio Baricchiano - o Baricchioso - mi sembra opportuno ricordare dove eravamo rimasti nella scorsa puntata (un po' come nelle serie tv quando all'inizio dicono "Nelle puntate precedenti"). Ebbene, ci eravamo lasciati con un Baricco che si interrogava, dopo averci parlato di "Vergogna" di Coetzee, sul se sia meglio una cultura pratica o quella meramente erudita-accademica, ricordandoci che lui, come il protagonista dell'opera citata, più e più volte si è ritrovato a sentirsi un vero ignorante in determinate situazioni concrete della vita. Bene, è da qui che riprendiamo, da quella riflessione, perché davanti a una domanda del genere ci saremmo aspettati, soprattutto da Baricco, una risposta che optasse per l'aureo mezzo ("in medio stat virtus", espressione tanto cara ai latini) e invece no. L'autore, infatti, soprattutto nei primi due articoli di questa puntata, sembra voglia creare una netta linea di demarcazione tra coloro che fan parte del mondo erudito-letterario e chi no… Cadendo, ahimè, quasi in un discorso classista, che mai e poi mai mi sarei aspettata dal Maestro Baricco.

Il primo libro è "Nessun luogo. Da nessuna parte" di Christa Wolf. Nell'articolo Baricco, oltre a parlarci della trama dell'opera, affronta altri due argomenti: 1) Il primo, che verrà ripreso in seguito (il rapporto con il genere thriller); 2) l'altro, quello con cui ci aveva lasciati (che cosa sanno realmente fare gli intellettuali?). Anzi tutto ci dice che l'opera della Wolf merita di esser letta perché il suo stile rappresenta in tutto e per tutto lo stile proprio degli autori europei, così "incauto" e "irregolare" rispetto a quello "smerigliato" degli americani. Dopo di che lancia la freccia, di cui poi solo in seguito vedremo l'arrivo, affermando che il libro non è sicuramente adatto ai lettori di thriller. A questo punto ci dà un assaggio del libro. L'autrice lo ambienta in un salotto borghese in un pomeriggio del 1804, immaginando che due poeti dell'epoca, Kleist e Gunderrode, si siano lì incontrati e racconta il loro dialogo (nonostante non vi siano prove storiche che i due si siano mai conosciuti). I due vivono in un periodo di grande cambiamento, in cui si sente la necessità di abbandonare i modelli del passato e di andare verso la creazione di un nuovo futuro, ma allo stesso tempo sono due anime inquiete, due stranieri in patria e voci senza eco. Questo li accomuna e questo li fa avvicinare al punto che Kleist rivolge a Gunderrode quella che Baricco definisce la più "elegante dichiarazione d'amore che lui abbia mai letto": "Volevo dirle che sarebbe certo una cosa terribilmente innaturale che noi due non diventassimo amici strettissimi". Infine, l'articolo si chiude con una parentesi lunghissima in cui Baricco richiama il buon lettore all'attenzione per quello che riguarda il problema dell'intellettuale. La prima risposta è: gli intellettuali sanno dare i nomi alle cose. Il secondo libro è "La guerra del Peloponneso" di Donald Kagan (Mondadori). Baricco apre l'articolo riguardo quest'opera affermando di esser profondamente sconcertato dal fatto di aver trovato in edicola "La costituzione degli ateniesi" a un euro e che ne siano state vendute ben 50.000 copie. Il problema è che il suo sconcerto è da intendersi negativamente, lui non approva tutto ciò perché, dice, usando una similitudine fin troppo chiara per raggiungere il suo scopo, sarebbe come "piazzarsi in un luna-park con uno stradivari e con un euro farlo suonare per 5 minuti", cioè del tutto inutile e privo di senso. Egli sostiene che se non si conosce il mondo greco, essendo la base della nostra cultura e civiltà, è ben più opportuno partire da un'opera come quella di Kagan che racconta in maniera dettagliata la storia del Peloponneso, perciò le guerre tra Atene e Sparta, che hanno coinvolto il mondo ellenico per ben 27 anni. Dei diversi episodi narrati, Baricco ce ne vuole ricordare uno in particolare: il caso di Mitilene. Gli ateniesi sono distrutti dalla continua guerra e dalla peste che da un po' miete vittime in città, quando Mitilene, una città loro alleata, passa alla fazione spartana. Gli ateniesi, tuttavia, temendo che questo potesse portare anche altre città a schierarsi con i nemici, radunarono le poche forze rimaste e diedero una bella lezione ai mitilensi, che aspettavano invece, invano, l'aiuto spartano. Le cose non finiscono qui… Atene, una volta sconfitta la traditrice, si riunisce in consiglio per decidere quale pena infliggerle, ma in un primo momento i membri optano per una scelta piuttosto dura e inviano la nave con la comunicazione; tuttavia il giorno seguente, resisi conto di aver esagerato, riconvocano l'assemblea e propendono per una punizione più tenue, perciò inviano una nuova nave con l'errata corrige… il problema? Quale delle due navi arrivò per prima? Baricco lascia al buon intenditor il compito di scoprirlo leggendo il libro, ma poi subito ricalca con la teoria dei Barbari e dice "o cercate su Google se proprio non vi è rimasto un grammo di poesia". Il terzo libro è "La trilogia di Adamsberg" di Fred Vargas (Einaudi). Qui Baricco entra nel merito del discorso riguardo al genere thriller, riguardo il quale aveva lanciato una sorta di preavviso parlando del libro della Wolf. Bene, lui è estremamente contrario ai thriller: apre, infatti, l'articolo dicendo "Non vado matto per i gialli, odio i thriller". E fin qui ci può certamente stare, i latini dicevano "De gustibus non est disputandum", e su questo penso che ci si possa trovare tutti d'accordo. Tuttavia è la motivazione che viene data a generare un po' di interrogativi. Secondo lui, infatti, la maggior parte dei thriller (stando all'articolo, ben il 99%, di cui l'unico 1% è costituito dal libro proposto) hanno il maledetto vizio di farti stare incollato al libro per sapere come va a finire, e questo sarebbe solo un male… addirittura afferma che è come "far arrivare uno che ha fame alla fine del tubo delle Pringles. Sai che roba". Il problema è, per Baricco, che per tutti conta una cosa soltanto: la trama. Per lui, invece, la trama sarebbe solo una cosa marginale: la paragona, infatti, "al dondolio del dondolo e all'increspatura sull'acqua". Le vere cose importanti per un libro sarebbero tutte le altre, che si possono ben ritrovare nel libro di Vargas. In lui vi sono "gli aggettivi scelti con cura, i dialoghi perfetti, il ritmo della frase". I personaggi di Vargas avrebbero, poi, un po' le caratteristiche che si possono riscontrare in Maigret: non puntano diretti all'assassino, ma si perdono un po' per strada "collezionando mondo intorno". Chi vi scrive non ha ancora avuto modo di leggere Vargas ma presto vi provvederà, tuttavia si sente di voler dire che limitare a un ruolo così marginale la trama, come fa Baricco, sembra un po' riduttivo. La trama, come i lettori del Club del Libro possono aver constatato  dopo le diverse esperienze, è un po' il sale dell'opera… Certo, se è troppo rende la pietanza immangiabile, ma se è troppo poco la pietanza rimane insipida, lasciando, ahimè, insoddisfatto colui che mangia. Il quarto libro è  "La trilogia degli Aubrey" di Rebecca West (Mattioli). In questo caso Baricco abbandona le tematiche precedentemente affrontate e si lancia nella descrizione del libro e del perché sia riuscito a leggere 1200 pagine, che in un primo momento lasciano piuttosto perplessi per la quasi assenza di un'effettiva trama, ma poi sfogliando e risfogliando le pagine si ritrovano coinvolti in quel fiume di parole. La storia richiama un po' i Bundenbrook di Thomas Mann e Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez. Si parla infatti  delle vicissitudini di una famiglia… ma che cosa rende unica quest'opera rispetto ai noti predecessori e tanto bella da poter considerare la West una scrittrice più grande dell'amica Virginia Woolf ? Secondo Baricco due sono gli elementi determinanti: 1) tratta di una famiglia di artisti (principalmente le due sorelle che sono delle pianiste) a cavallo tra la fine dell''800 e l'inizio del '900 (e quindi alle prese con la prima guerra mondiale); 2) lo stile dell'autrice in grado di "dissezionare gli umani usando la cautela con cui si dispongono dei fiori in un vaso". E con questo concludiamo il sesto appuntamento con "Una certa idea di mondo", alla prossima!

(articolo a cura di Carla Gottardi)

 

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