Ho incontrato Antonella Romeo nella sede torinese della Edizioni Seb27, casa editrice con la quale ha pubblicato, nel 2007, il suo "La deutsche vita", già edito in Germania tre anni prima con grande successo di pubblico e critica. Con questo libro, la giornalista è diventata anche scrittrice, raccogliendo e raccontando le sue esperienze e riflessioni di quasi vent'anni vissuti in Germania. Un libro che fa da ponte tra gli italiani e tedeschi, che troppo d'accordo non sono mai andati e, attraverso il presente, racconta il passato e, in qualche modo, anche il futuro di questi due Paesi.

CdL: Innanzitutto, com'è nato questo libro?

A.R.: Ho cominciato a scrivere il libro nel 2001, quando vivevo ancora in Germania, in una situazione particolare: avevo due bambine piccole e facevo fatica a svolgere la mia professione di giornalista. Così, per mettere in moto l'attività cerebrale un po' trascurata dagli impegni familiari, ho cominciato a scrivere la sera al computer, quando potevo ritagliarmi un po' di tempo per me. Dopo anni durante i quali ho scritto in tedesco per la stampa tedesca, ho deciso di scrivere invece in italiano.

CdL: La prima edizione de "La deutsche vita" però è per il pubblico tedesco e non per quello italiano, come mai?

A.R.: In realtà il libro l'avevo pensato per il pubblico italiano, perché la mia impressione è che della società contemporanea tedesca si sappia sempre molto poco. La stampa, quando scrive di Germania, affronta sempre gli stessi temi: quelli istituzionali in periodo di elezioni, oppure il neonazismo quando accade l'episodio di xenofobia. Avendo fatto una lunga esperienza di vita privata e di professione in questo Paese, mi sembrava di avere accumulato una serie di conoscenze ed esperienze che potevano essere interessanti da comunicare e trasmettere, anche per sfatare luoghi comuni e convinzioni prive di fondamento. In realtà poi, pur avendolo pensato per gli italiani, ci sono cose della realtà italiana che si sono rivelate interessanti per il pubblico tedesco.
Un giorno, parlando del più e del meno con alcuni colleghi, avevo accennato a questo mio progetto ed un mio collega ne ha parlato a sua volta, in modo informale, con un lettore di una casa editrice, il quale si è molto interessato e mi ha contattata per saperne di più. Infatti in Germania non sono nemmeno dovuta andare a cercare l'editore, al contrario che in Italia. Avendo scritto il libro in italiano, l'editore - la storica casa editrice Hoffmann und Campe - ha pagato una traduttrice professionista, Barbara Schaden, che ha fatto una traduzione molto bella direttamente dal manoscritto. La cosa buffa di questo libro è che è apparso quindi prima in traduzione che nell'edizione originale!
Nel 2007, al mio ritorno in Italia, ho cominciato a collaborare con l'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea "Giorgio Agosti" di Torino e, tramite loro, sono stata indirizzata alla Edizioni Seb27, con la quale ho pubblicato l'edizione italiana e, proprio qualche settimana fa, l'e-book dell'edizione tedesca.

CdL: I tedeschi, leggendo il tuo libro, non si sono sentiti in qualche modo "giudicati", e per di più da una straniera?

A.R.: Inaspettatamente, il libro è stato letti da tanti tedeschi. L'editore ha fatto anche una seconda ristampa ed il libro cartaceo in versione tedesca è tutto esaurito. Ho ricevuto, in questi anni, tantissime lettere e ho fatto tantissime letture in giro per la Germania: quello che ho sempre notato è una grande simpatia. I tedeschi non si sono mai sentiti offesi, anzi hanno molto riso su determinati punti e riflettuto su altri. Molti addirittura mi hanno detto "è come se tu ci avessi mostrato, attraverso uno specchio, come ci vede chi viene da un'altra cultura". Le uniche reazioni spiacevoli sono stati pochi ed isolati casi, si trattava di ex nazisti che non hanno gradito molto alcune mie considerazioni.

CdL: Come hai vissuto questa tua esperienza di vita e di lavoro all'estero?

A.R.: Non sono emigrata con la valigia di cartone, ci sono andata per scelta e in condizioni molto diverse, e anche in un'epoca in cui gli stranieri non erano tanto gli italiani ma chi è venuto dopo - non si sa bene perché, ma c'è sempre qualcuno che è più straniero degli altri! E' molto interessante vedere come vivono certe società e certe culture, ma soprattutto viverlo dall'interno. Non da turista e neanche da corrispondente a Berlino - dove si frequentano solo le inaugurazioni delle mostre ed i buffet dei consolati: io ho avuto una vera immersione totale, che mi ha consentito di avere un altro approccio ed un'altra visione. In più sono una curiosa di natura, ho scelto questo mestiere proprio per questo, per cui mi sono sempre molto impegnata: vedi, ti informi, leggi, capisci...

CdL: E' stata dura all'inizio?

A.R.: Mi ha aiutato avere una professione, ma non sapevo la lingua e questo è stato un grande ostacolo.
Essendo estroversa ho cercato sin da subito contatto col vicino di casa, col fruttivendolo, col collega e non mi è sembrato un ambiente particolarmente ostico, anzi io avevo vissuto a Milano per alcuni anni e mi sono sempre sentita più una straniera lì che non ad Amburgo... forse anche per il fatto che Amburgo è una città cosmopolita e i tedeschi sono molto mobili, quindi ad Amburgo non ci sono solo amburghesi.
Invece, i problemi che ha una donna quando ha dei figli sono gli stessi dappertutto. Se avessi avuto la padronanza al cento per cento della lingua, avrei potuto pensare di fare la freelance e poi avere un impiego a metà tempo in una redazione. Ma all'inizio non potevo scrivere in tedesco e non capivo niente, vivi come un sordo e un cieco. La lingua è un importante elemento, soprattutto per chi la usa come strumento di lavoro... E dopo un po' sei stufa, hai questa sensazione che venga corretto il tuo lavoro come se fossi a scuola; a 40 anni cominci a trovar pesante dover mostrare queste debolezze in forma di errori linguistici tipici di chi non è madrelingua. Anche per questo, ad un certo punto, ho deciso di provare a tornare a vivere in Italia: volevo riprendere ad usare la mia lingua... certo, sempre usando tutte le mie conoscenze e anche la lingua tedesca - infatti, faccio sempre qualcosa che ha a che fare con la Germania - ma riconquistare questa autonomia, senza il maestro che corregga i compiti!

CdL: Hai letto molto in tedesco? Cos'è che letto in lingua originale ti è particolarmente piaciuto?

A.R.: Sì, ho letto molto in tedesco, anzi per anni ho letto quasi sempre in tedesco e quasi rischiavo di dimenticare la mia lingua, mi allarmavo dei miei strafalcioni in italiano...! Ho amato molto Theodor Fontane, scrittore dell'800, quasi contemporaneo di Goethe. "Effi Briest" è la storia di una donna che sposa un uomo molto più grande di lei, una storia un po' alla "Madame Bovary". Si legge benissimo, l'ho letto i primi tempi che leggevo in tedesco. Al contrario, ho provato a leggere Günter Grass ma ho lasciato perdere! Ho letto più saggi che non romanzi, e in particolare ho letto moltissima letteratura sull'Olocausto: è una cosa che mi ha molto presa, c'è stato un periodo che è stata quasi un'ossessione; tra gli altri, ho letto in tedesco Elie Wiesel e Jean Améry. Ho letto anche diversi libri per ragazzi, mi incuriosiva sapere quali fossero i classici della letteratura per ragazzi lì.

CdL: Le tue figlie sono italo-tedesche: con quale identità nazionale si trovano più a loro agio?

A.R.: Le mie figlie hanno un notevole equilibrio e sono sfacciate: a seconda delle convenienze si ritengono tedesche o italiane. Sanno di vivere in luoghi molto differenti, quando sono qui "devono" rappresentare il loro lato tedesco, quando sono lì il contrario. Hanno anche una "doppia mentalità". Magari ti fanno notare che il semaforo è rosso, e tu pensi "che tedesche noiose!". Invece, quando andavano in Germania per le vacanze natalizie, un tempo portavano in regalo meravigliosi panettoni di pasticceria, poi sono passate a quelli del supermercato ed ora non li portano nemmeno più: "tanto sono tedeschi, non apprezzano il panettone!".

CdL: Al momento stai lavorando ad un progetto molto interessante, un libro che racconta di una delle ultime donne viventi ad aver fatto parte dell'orchestra femminile di Auschwitz. Ce ne parli? Quando uscirà?

A.R.: E' un lavoro che uscirà a gennaio, anche in occasione del Giorno della memoria. Uscirà in una collana delle Edizioni Seb27 edita in collaborazione con l'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea "Giorgio Agosti". Il libro è diviso in due parti, di cui la prima è la traduzione di un manoscritto di Esther Béjarano, in cui ha raccontato la sua vita. Lo abbiamo trovato a casa sua, sparso in un armadio, e lo abbiamo ricomposto mettendo insieme le pagine. E poi ho condotto diverse ore di intervista con lei, tra l'Italia e la Germania, sulla sua vita, sul mondo, la storia, la politica, un po' di tutto. Lei è una persona molto carina: oltre ad essere intelligente e lucida, è anche molto amabile. Si è sviluppato un rapporto di tenerezza, ha 87 anni e ogni tanto la chiamo per sapere come sta.
Si tratta di un saggio con apparati storici, con parecchie note. L'idea è quella di farlo diventare anche strumento didattico nelle scuole, perciò cerchiamo di dare tutte le coordinate possibili perché nulla rimanga un mistero nella lettura. Proprio nell'ottica di una fruizione collettiva, insieme al libro ci sarà un documentario DVD, che alterna pezzi di sue interviste con stralci di concerti che ha fatto a Torino e Alessandria. Infatti, è venuta  in Italia nel 2011 per il Giorno della memoria, in tournée con alcuni musicisti con cui suona. In repertorio hanno molti vecchi canti della Resistenza e pacifisti, Brecht, canti ebraici... fatti però in chiave rap, proprio per l'idea di raggiungere i giovani.
Ci sarà probabilmente anche un'edizione tedesca, una casa editrice di Amburgo ha mostrato interesse per il libro. Al contrario de "La deutsche vita", questa volta uscirà prima la versione italiana... per pareggiare!!

RECENSIONE DEL LIBRO

(articolo a cura di Elisa Gelsomino)

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