Questa è una domanda presente dall'inizio della storia, sin dall'invenzione della scrittura: l'uomo può essere obbiettivo? Ecco un breve excursus di ciò che alcuni grandi uomini hanno detto a riguardo, da Tucidide ed Erodoto fino ai più recenti Weber e Salvemini: tesi contrastanti, che portano però ad un'unica, forse prevedibile, conclusione...

ObbiettivitàTra gli antichi, diversi personaggi hanno affrontato questo problema, tra i quali Polibio ed Erodoto, ma uno in particolare tratta questo tema e cerca di farlo suo, dicendoci che non solo l'obbiettività è possibile ma che lui ne è un esempio. Si tratta di Tucidide, che spiega a tutti i suoi lettori che scrive non per rendere una lettura piacevole ai suoi contemporanei, ma come "ktéma es aéi" - "il possesso per l'eternità" - e crede che, per ottenerlo, bisogna rinunciare allo stile... e quindi, leggendolo, vi troverete davanti una proposizione principale seguita da un'infinità di subordinate! Ma Tucidide lo sapeva e lo trovava necessario per essere imparziali nella descrizione: niente abbellimenti, solo fatti. Così prosegue la strada Erodoto, che parla male addirittura della sua terra, la Grecia, dicendo che nel cinquantennio delle guerre Persiane l'egemonia di alcune città aveva portato alla Grecia gravi sciagure. Ma in altri casi persino il grande Erodoto scriveva molte storie fantasiose (Atlantide ne è l'esempio più clamoroso) che, per il suo punto di vista di antico, erano cose assolutamente possibili, così come le divinità antropomorfe erano per lui una realtà.

Gli autori moderni la pensano, invece, diversamente.

Weber ci dice che è bene che lo scrittore dia le proprie valutazioni personali ma ha il dovere di spiegare sia al lettore, ma soprattutto a se stesso, da che realtà partono queste valutazioni e da quali presupposti nascano. Carr Jhon Dickson, discepolo di Conan Doyle, ha la medesima opinione: l'autore deve rendersi conto della sua collocazione storico-sociale e rapportare ciò che dice in base a questa consapevolezza.

Io, però, concordo più con Salvemini, che spiega che l'imparzialità non esiste, non appartiene alla natura umana e chi si crede  imparziale è uno sciocco. Che la nostra unica possibilità è quella di renderci conto delle nostre passioni e avvisare il lettore riguardo a queste.

È importante capire che la mente umana non è proprio fatta per essere imparziale, ognuno ha una sua opinione, non esiste un'opinione universalmente riconosciuta. Possiamo parlare di usi e costumi, di contesto storico-sociale o di opinione personale, ma ognuno di noi vede il mondo a modo suo. Sono arrivata a questa conclusione il primo anno di università, quando il prof. Harari alla nostra prima lezione si è premurato di dirci una cosa molto importante, ovvero che qualsiasi libro noi leggessimo non si sarebbe potuto dare per scontato che quello che vi era scritto fosse giusto; che, per quanto sia autorevole, lo storiografo o lo scrittore in generale è sempre un uomo e, in quanto tale, avrà un punto di vista che differirà da quello di chiunque altro. Il suo consiglio è che per studiare storia bisognerebbe partire dai meri fatti scientifici, unici ad essere obbiettivi realmente, e per il resto consultare tutte le opinioni e versioni possibili e farci una nostra idea personale. Io che uscivo dal liceo classico, che pensavo che i libri contenessero il sapere universale, mi sono resa conto che dietro a ogni libro, per quanto antico e profumato sia, c'è sempre un uomo. Un uomo che, in buona o cattiva fede, dice cose dal suo punto di vista perché non può fare altrimenti...

(articolo a cura di Elisa Zonca)

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