La Rubrica Letteraria del Club del Libro presenta la nuova rubrica "Dentro il libro", a cura di Francesco Gioia, nella quale verrà approfondito il tema principale del Libro del Mese in corso: un modo in più che il Club del Libro offre per contestualizzare il libro, calarcisi a 360 gradi e far sì che l'esperienza di lettura diventi davvero totale e consapevole.
In Le volpi vengono di notte, Libro del Mese di Marzo 2013, Nooteboom riesce ad utilizzare il potere evocativo dell'immagine fotografica come espediente narrativo trait d'union dei diversi racconti che costituiscono il romanzo. Rendere immortale un momento è, al giorno d'oggi, facile grazie alla fotografia… ma prima del suo avvento? Nel corso della storia, come si faceva rivivere il "presente assente"?

Basilica di AssisiQuando prendiamo in mano una fotografia, o la guardiamo sullo schermo del nostro computer o direttamente nella memoria della nostra fotocamera digitale, il soggetto di quella foto rivive istantaneamente davanti a noi e nei nostri ricordi, nelle nostre emozioni. Il soggetto della foto è presente anche se è fisicamente assente ed è proprio questo il potenziale della fotografia: riuscire a fissare un istante per poterlo rivivere ogni volta che lo si desidera.
La macchina fotografica, tuttavia, è invenzione relativamente recente: lungo il corso della storia il compito di far rivivere il "presente assente" era affidato all'arte.
Nel mondo classico, in particolare in quello greco-romano, l'utilizzo dell'immagine e dell'arte era esclusivamente prerogativa dei potenti (re ellenici, imperatori e senatori romani, ecc.). La funzione peculiare dell'arte era dunque quella celebrativa e il potenziale della "presenza dell'assente", cioè il potenziale evocativo dell'immagine, aveva un significato prevalentemente politico. L'arte classica offre meravigliosi nonché innumerevoli esempi, dalle preziose maschere d'oro raffiguranti i volti dei sovrani micenei nei loro mausolei fino alle statue degli imperatori romani, passando per i busti dei senatori e dei consoli della Res Publica. Lo stesso volto che ogni nuovo imperatore romano faceva imprimere sulle monete voleva ricordare a chi utilizzava quel denaro lontano dalla capitale che il sovrano che le aveva coniate, assente in quel determinato luogo, era comunque presente e il suo potere era effettivo. Lo stesso principio valeva per le statue delle divinità, cioè per le immagini di quel tipo di arte che oggi definiremmo "sacra", anche se il termine ha assunto col tempo un'accezione prevalentemente cristiana. Le immagini sacre latine, infatti, non avevano soltanto una funzione religiosa: quando ad esempio Giulio Cesare fece erigere un tempio in onore della dea Venere come ringraziamento dopo la vittoria contro Pompeo a Farsalo (48 a. C.), presumibilmente in quel luogo fece collocare un'immagine di quella divinità, oltre la sua celebre statua a cavallo posizionata all'ingresso della struttura e che per questo fece tanto scandalo. Ciò che lo spinse però non fu un puro e semplice spirito devozionale, bensì la volontà di celebrare la sua gloria individuale tramite l'evocazione dei propri natali divini (secondo la tradizione la gens Iulia cui Cesare apparteneva era discendente diretta di Enea, il protagonista della splendida Eneide virgiliana, che a sua volta era figlio appunto della dea Venere).
MosèDurante il Medioevo l'immagine e l'arte, nell'Europa cristiana, si sono sempre più sacralizzate, fino a diventare quasi un'esclusiva della Chiesa. Alla funzione celebrativa delle effigi raffiguranti pontefici, patriarchi e vescovi, si aggiunse uno scopo puramente didattico, frutto dell'obiettivo della Chiesa di diffondere il Vangelo e il messaggio di Cristo nel mondo. L'idea di fondo era quella di istruire la maggioranza delle persone sui temi cristiani avvicinando così la gente alla fede, ma quasi tutta la popolazione era analfabeta e spesso anche chi sapeva leggere il minimo indispensabile non aveva le possibilità economiche per acquistare i libri, che all'epoca avevano prezzi elevatissimi essendo scritti a mano e su pergamena. Lo strumento a disposizione dei vescovi e degli uomini di Chiesa per questo scopo si concretizzò dunque nell'arte: le grandi chiese cominciarono ad impreziosirsi di cicli pittorici, di luminose e colorate vetrate, di affreschi sulla vita dei santi, sulla storia di Cristo, sui più rilevanti episodi biblici dell'Antico e del Nuovo Testamento. Varcare le porte di una chiesa equivaleva ad aprire la Bibbia e sfogliarne le pagine: la gente entrava nel luogo sacro e guardava una serie di affreschi e vedeva nel primo Dio che crea Adamo ed Eva, nel secondo Eva che mangia la mela dell'albero proibito, nel terzo Caino che uccide per invidia suo fratello Abele, nel quarto il Diluvio Universale e così via. Ed era come aver letto il libro della Genesi. Si fece lo stesso non solo con i testi sacri fondamentali, ma anche con le vite dei santi. L'Italia offre innumerevoli esempi in merito e uno dei più famosi si trova ad Assisi, nella Basilica Superiore di San Francesco. Nel XIII secolo Giotto affrescò le enormi pareti e ripropose la storia del santo cui la chiesa è intitolata, in modo che chiunque, istruito o meno, potesse conoscerlo e prenderlo ad esempio nel suo cammino di vita all'insegna della fede cristiana.
Con il passare del tempo, dal XV secolo in avanti, l'arte ritrovò di nuovo quella componente celebrativa che durante il Medioevo era passata in secondo piano, anche se naturalmente non era mai scomparsa del tutto. Cominciarono a costituirsi le monarchie nazionali che sussistono tutt'oggi e l'arte non fu più monopolizzata dalla Chiesa e quindi dai soggetti sacri. Durante il Rinascimento si ebbe una spinta all'emulazione delle civiltà greca e romana e una ripresa delle forme stilistiche, architettoniche e scultoree dell'antichità, impreziosite però da un gusto estetico più moderno e da una nuova concezione del bello. Per fare un esempio, quando nel Medioevo veniva rappresentato il patriarca Mosè che guidava gli Ebrei dall'Egitto in cui erano stati in schiavitù fin quasi a Gerusalemme, la Terra Promessa, lo scopo dell'immagine era quello di insegnare ai fedeli che Dio sceglie una guida per il proprio popolo: come Mosé lo era per gli Ebrei, così il pontefice lo è per i Cristiani. Nessuno spirito didattico spinse invece Giulio II Della Rovere, papa dal 1503 al 1513, quando prestò il suo volto al già celebre Michelangelo Buonarroti perché lo rendesse eterno nel marmo raffigurando un Mosè alto più di due metri e mezzo che fosse l'opera centrale del suo gigantesco mausoleo nella chiesa romana di San Pietro in Vincoli.
La ragazza con l'orecchino di perlaCon l'andare del tempo il pubblico degli artisti si ampliò notevolmente: a richiederne i lavori non furono più soltanto i sovrani e i potenti dell'aristocrazia o della Chiesa; anche la sempre più ricca borghesia divenne committente di prestigiose opere d'arte. Si cominciarono così a dipingere soggetti fino ad allora sconosciuti, che trovavano un precursore nei celebri ritratti di Leonardo da Vinci (la Dama con l'ermellino, La Gioconda, per citare soltanto i due più famosi). I pittori fiamminghi, ad esempio, iniziarono a raffigurare paesaggi, scene di vita quotidiana, ritratti di donne.
Quanto è più vicino questo tipo di arte all'idea della fotografia, all'idea cioè della rappresentazione di un istante? Quanto è più facile fingere che la Ragazza con l'orecchino di perla di Vermeer sia una fotografia piuttosto che credere che lo sia lo Sposalizio della Vergine di Raffaello?
Qui dunque affonda le radici la nascita del gusto impressionista che è lo spirito fondamentale della fotografia. Il pittore impressionista vuole catturare un istante preciso e renderlo immortale e il fotografo è spinto dallo stesso principio. Ed è quando l'immagine raffigurata diventa reale che il potenziale evocativo del presente assente si fa individuale, emozionale, soggettivo. Per quale motivo il nobile di fine Ottocento mostra la fotografia scattata a suo padre, appesa alla parete del suo grande palazzo se non per far rivivere per un istante la gloria di chi gli ha trasmesso la nobiltà? Perché l'emigrante della prima metà del Novecento porta con sé la foto della famiglia rimasta in patria se non per far rivivere nell'istante in cui la guarda le persone che gli sono più care in un Paese che non è più il suo? Il ragazzo di inizio XXI secolo mollato dalla fidanzata cancella la sua foto dalla memoria del telefonino per lo stesso principio: perché quell'immagine fa rivivere all'istante accanto a lui la donna che lo ha fatto soffrire e le emozioni negative che ha provato.

(articolo a cura di Francesco Gioia)

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