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In questo articolo, abbiamo parlato di case editrici free e a pagamento. Ma c'è una terza tipologia di editore che non tutti conoscono e su cui sarebbe bene, invece, essere altrettanto informati. Un'autrice ci ha raccontato la sua esperienza di pubblicazione e ci ha spiegato cosa c'è che non va nelle case editrici a doppio binario.

Innanzitutto, cos'è una casa editrice a doppio binario? Semplicemente, per alcuni autori è free mentre per altri a pagamento.
Per capire meglio cosa c'è dietro questo sistema, abbiamo fatto una chiacchierata con un'autrice, di cui non sveleremo il nome, che ha pubblicato il suo primo romanzo con una casa editrice a doppio binario.
L'autrice ci racconta tutto sin dal principio. «Dopo che ebbi inviato il mio manoscritto, feci presente che la condizione imprescindibile per un’eventuale pubblicazione era un regolare contratto editoriale. Mi ero messa su internet e avevo scoperto l'amara verità, per cui non volevo fraintendimenti e neppure perdite di tempo reciproche». Il romanzo piace, piace talmente tanto che l'editore non si fa un cruccio della condizione posta dall'autrice: «Mi arrivò presto una risposta, mi sottoponevano un regolare contratto editoriale». Nonostante le sue titubanze sulla tipologia di casa editrice, la nostra autrice accetta quindi di pubblicare con loro.
Sebbene l'editing sia piuttosto carente, il suo libro si può considerare un buon prodotto finito. Viene stampato in alcune migliaia di copie: un grandissimo successo, considerando che per un esordiente arrivare a venderne qualche centinaio è già un traguardo.
Perché, allora, un editore che sa riconoscere un libro su cui investire e che poi se ne sa occupare a dovere, chiede invece un contributo ad altri autori? La risposta è ovvia, ma noi ci siamo fatti ribadire il concetto – si sa, repetita iuvant. «Quando chiedono soldi, è perché anche loro sanno che il libro non andrà lontano e sfruttano il perenne narcisismo di molti scrittori per far quadrare i loro bilanci». L'editore sfrutta per fare cassa gli autori disposti a pagare per pubblicare, tale e quale che se fosse una casa editrice a pagamento. Essendo però "a doppio binario", ci si può anche azzardare a pensare che i contributi versati dagli autori (il 90% del totale, stando a quanto ci viene raccontato) servano a coprire gli investimenti effettuati per i libri degli autori che non hanno pagato (il rimanente 10%, che è davvero poco, ma tanto basta a non far qualificare la casa editrice come puro editore a pagamento...).
«Il mio editore sostiene che, quando un autore non sa fare bene il suo lavoro, è giusto che paghi di tasca sua». Che è come dire: se uno è stupido, è giusto che si compri la laurea. Se un autore non sa fare bene il suo lavoro deve darsi all'ippica, non pubblicare pagando.
Libri - soldi - editoria a pagamentoMa il problema, come spesso accade, non è solo questo: «Andrebbe tutto bene, se non li illudessero che il loro scritto funziona». L'autrice, infatti, prosegue: «Il prezzo per illudersi di essere diventati scrittori oscilla dai 1000 ai 2500 euro. Ho letto alcuni di questi  testi e, a mio avviso, sono senza alcun valore letterario». Si torna, sembra, a quanto avevamo detto nel nostro scorso articolo: probabilmente, se un editore decide di investire su di te, è perché il tuo libro merita; molto probabilmente, se non lo fa, il tuo libro non merita.
La questione più spinosa, sottovalutata dall'autrice al momento della stipula del contratto, è l'incapacità – per un addetto ai lavori, ed ancor meno per un lettore – di distinguere tra un lavoro edito con o senza contributo. «È chiaro che io stessa, spesso, mi devo difendere dal dubbio che alligna che abbia pagato anche io. Ad alcuni ho dovuto esibire il contratto editoriale». Questo è uno dei motivi principali per cui ha deciso di provare a pubblicare il suo prossimo lavoro con una grande casa editrice: «Mi gioco tutto: indietro non voglio e non posso tornare, anche se questo potrà significare non pubblicare più. Per il rispetto che devo a me stessa, e a tutti coloro che hanno letto il mio primo romanzo e si fidano di me. Ho capito che se un manoscritto merita nessuno se lo lascia scappare, se non accade è perché non è arrivato il nostro momento: è meglio farsene una ragione e non ostinarsi come muli, accettando un contratto capestro per nutrire un'illusione. Non ci tengo ad essere una scrittrice, ci tengo ad essere una persona coerente, in pace con i miei valori di sempre e soprattutto con una dignità. Ecco, io la dignità non voglio perderla. Combatto quotidianamente con altri scrittori perché non cedano a meccanismi subdoli e dannosi: non si deve pubblicare a tutti i costi».

(articolo a cura di Elisa Gelsomino)

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