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L'esordio di Marco Magini è Come fossi solo, finalista al Premio Calvino 2013 e candidato di Giunti al Premio Strega 2014. Un romanzo coraggioso quanto doloroso, che ripercorre il più grande crimine compiuto in Europa dalla Seconda guerra mondiale: la strage di Srebrenica, avvenuta in ex Jugoslavia nel 1995.

Marco Magini«A Srebrenica l’unico modo per restare innocenti era morire.»

Come fossi solo, finalista al Premio Calvino, ha ricevuto la menzione speciale della Giuria quale «esempio di letteratura di testimonianza che affronta con coraggio e in maniera attentamente documentata una pagina vergognosa e rimossa dell’Occidente». Basti pensare che questa è storia recente, nemmeno vent'anni fa. Basti pensare che parole come genocidio, in Europa, pensavamo di averle archiviate con la fine della Seconda guerra mondiale.
E invece la strage di Srebrenica è la "prova provata" che l'uomo non impara mai, proprio mai. Da 8.000 a 10.000 musulmani bosniaci uccisi in quattro giorni: «Non possiamo permettere che la loro stirpe continui a infestare questa terra». Nell'esercito serbo c'era chi uccideva con soddisfazione, seguendo l'ideale della grande Serbia; c'era chi uccideva e, contemporaneamente, si scaricava la coscienza pensando che gli ordini vanno eseguiti; e c'era Dražen Erdemović, che uccideva chiedendosi, urlando, «che uomini siamo?».
Dražen è un giovane serbo-croato nato in Bosnia-Erzegovina, volontario nell'esercito serbo. Volontario, si fa per dire: con moglie e figlia neonata, non trovando lavoro e fallito il tentativo di emigrare in Svizzera, l'esercito era ormai l'unica prospettiva possibile. Non vuole fare l'eroe, ciò che gli importa è «non tornare a casa in una bara»: per questo, si volta di fronte a una donna barbaramente seviziata e uccisa dai suoi commilitoni. Ci prova però, a fare l'eroe, quando capisce che questa volta è a lui che chiedono di uccidere civili inermi: uomini, ragazzini di sì e no tredici anni, vecchi con le rughe. Ci prova, ma non riesce ad andare fino in fondo perché questo significherebbe sacrificare la sua, di vita. Uccide settanta persone in una sola giornata. «Chi saremo alla fine di tutto questo? Ho la chiara sensazione che una parte di me resterà sempre qui, la parte di me che è morta insieme a loro.»
Copertina del libro "Come fossi solo" di Marco MaginiDražen è l'unico membro del Decimo battaglione ad essere stato processato e condannato al carcere, l'unico ad essersi proclamato colpevole e ad aver accettato le conseguenze delle sue azioni pur di «tornare a essere umano». Del caso Erdemović, pendente avanti al Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia poco dopo il termine del conflitto nei Balcani, si occupa questo romanzo.
Marco Magini, ventinovenne originario di Arezzo ma che ha girato un po' tutto il mondo per motivi di studio e lavoro, in questo suo sorprendente esordio affida a tre voci il compito di raccontare il massacro. Dražen, il soldato mezzosangue; Romeo Gonzáles, uno dei magistrati chiamati a giudicarlo, che svelerà quanta poca etica ci può essere dietro ad una sentenza e a cosa si riduca, delle volte, l'esercizio della giustizia; Dirk, casco blu olandese di stanza a Srebrenica che, insieme al proprio contingente, ignora i segni manifesti della strage che si sta per compiere – e ne porterà le cicatrici anche una volta tornato in patria.
L'autore entra nell'anima, nella psiche, nel corpo di questi tre uomini, diventando invisibile e lasciando al lettore l'impressione di prendere il loro posto. Non c'è spazio per il voyeurismo bellico: uno dei grandi meriti di Magini è di lasciar parlare la storia in sé, senza esaltarne le brutalità e gli orrori, senza romanzare oltre il necessario. Lo stile narrativo – limpido, suggestivo e deciso – riflette questa precisa scelta.
Come fossi solo non è solo una puntuale ricostruzione storica di cosa sia stato Srebrenica, di un pezzo di storia recente di cui non si è voluto, per troppo tempo, andare a fondo, ma anche una profonda riflessione che spinge ad interrogativi importanti, attualissimi. Cos'è il bene e cos'è il male? Cos'è la giustizia? Qual è il vero ruolo delle organizzazioni internazionali, oggi come vent'anni fa? Qual è il vero ruolo di ciascuno di noi nell'impedire guerre fratricide, figlie di nazionalismi esasperati? È lo stesso racconto, coinvolgente e profondamente emozionante, a provare a darci qualche risposta o, per lo meno, qualche "indizio".
Un pugno nello stomaco necessario per poter guardare al passato e, si spera, al presente e al futuro con una nuova lucidità ed una nuova consapevolezza.

(articolo a cura di Elisa Gelsomino)

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