Cetta De Luca ha tre romanzi all'attivo – Colui che ritorna, Nata in una casa di donne e Quella volta che sono morta – pubblicati con modalità diversissime. Nonostante ci tenga a chiarire che non è una "pasionaria del self-publishing", certo è che sia uno dei migliori esempi dei livelli qualitativi che può raggiungere l'auto pubblicazione. Per questo abbiamo voluto parlarne proprio con lei, allargando lo sguardo al mondo dell'editoria in generale e, naturalmente, alle sue opere ed ai suoi progetti.

Cetta De LucaClub del Libro: Partiamo dalla domanda forse più banale da fare ad uno scrittore: come e quando hai iniziato a scrivere?
Cetta De Luca: Non è mai banale questa domanda, anche se, a ben pensarci, le risposte di tutti si somigliano. Quindi forse sono queste ultime ad essere banali. Allora provo a sparigliare: il primo libro l’ho scritto a 50 anni compiuti. Diciamo che mi sono considerata sufficientemente pronta e matura per affrontare l’impegno di un romanzo, talmente pronta che il primo l’ho scritto di getto in 21 notti, come se dopo averlo lungamente covato fosse finalmente giunto il momento di deporlo. Durante gli anni della gestazione ho trascorso il mio tempo a leggere e a vivere, ad assorbire emozioni e a incuriosirmi di tutto. Ho creato, per così dire, il terreno fecondo, l’ho concimato, seminato e ho atteso. Quando è spuntato il primo germoglio mi sono profondamente emozionata. Era il 13 settembre 2011.

A quale personaggio dei tuoi libri sei più affezionata e perché?
Non c’è un personaggio solo a cui sono particolarmente affezionata, perché ad ogni romanzo mi affeziono alla storia e i personaggi sono solo le voci che la raccontano. Ogni voce ha una sua peculiarità, una sua unicità. La sua assenza si noterebbe, rendendo la storia più povera. Ho imparato che, nella vita, anche i dettagli apparentemente insignificanti hanno un ruolo specifico nel contesto in cui li si incontra. Lo stesso vale per le persone, quindi per i personaggi di un libro. Clotilde e Claudia, Tommaso e Matteo, Lucia, Giorgio, Teresina, e anche la donna senza nome protagonista del mio ultimo romanzo sono le note di un pentagramma che creano una sinfonia. Il mio compito è decidere la sequenza.

Copertina del libro "Colui che ritorna" di Cetta De LucaHai pubblicato con modalità diversissime: editoria tradizionale, casa editrice digitale, self-publishing... ma il self-publishing è editoria?
Il self-publishing lo considero un’opportunità. La parola stessa lo dice: auto pubblicazione. Il che significa che è possibile pubblicare tutto, a volte con un semplice click. Ciò che auspico è che lo si faccia con senso di responsabilità. Non è con la pubblicazione che ci si può definire scrittori. Questo compito, arduo, a volte ingrato, spetta ai lettori. Tanto chi scrive continuerà a farlo, e potrà decidere se sottoporsi o meno al giudizio dei lettori. Quello è il momento della pubblicazione, il momento in cui ci si espone. Bisogna farlo con coscienza e professionalità. Oggi è davvero molto semplice auto pubblicarsi, e se questo può arginare il fenomeno delle EAP, non argina il fenomeno dei libri orribili che sono in circolazione, purtroppo.

E l'editoria a pagamento, è editoria?
Le EAP non sono editori. Sono tipografi, a volte anche scadenti, che ottengono i propri ricavi dalle copie acquistate dall’autore. Quindi non hanno alcun interesse a fare tutto il resto del lavoro che compete all’editore: editing, impaginazione, grafica, promozione e distribuzione del libro. Ho scritto un articolo a tal proposito. Alla fiera PiùLibri PiùLiberi di Roma un’editrice EAP mi ha detto: “Noi chiediamo un contributo perché, cosa crede, che gli editori non pagano l’affitto?”. Ecco, questa è la mentalità delle EAP: recuperare i costi. E punto. Dove non c’è rischio d’impresa non c’è editoria.

Quali sono le qualità indispensabili di un self-publisher?
Ecco, qui veniamo alle dolenti note. Un self-publisher oggi deve essere un professionista a tutto tondo ma, prima di tutto, deve essere imprenditore di sé stesso. Prima di tutto deve saper scrivere, ma questo voglio darlo per scontato. Poi deve imparare: deve saper impaginare, creare un e-book, capirne di web marketing, studiare strategie di mercato, fare promozioni online, fare eventi e presentazioni offline. Poi, dopo aver studiato per bene, deve imparare a delegare. Questo fa un bravo imprenditore. Quindi, dove è possibile, deve investire su figure professionali che possano coadiuvarlo nel processo di promozione e vendita del suo libro. Editor, grafico, traduttore (perché il mercato estero non è poi così lontano) e tutte quelle figure che possono togliere all’autore una parte del carico lavorativo e restituirgli del tempo per fare ciò che realmente vuol fare: scrivere.

Gli autori indipendenti sono, spesso, parecchio bistrattati. Da qui l'esigenza di creare il gruppo No Brand Art: scrittori, illustratori, traduttori per una "editoria indipendente di qualità". In che direzioni si sta muovendo questo progetto? Qualcosa sta cambiando nella percezione che i lettori hanno dei self-publisher?
Gli autori self sono parecchio bistrattatati forse perché sono poco Indie. E per Indie intendo che ancora non hanno fatto quel salto di qualità imprenditoriale di cui parlavo prima. Ma questa ovviamente è una mia opinione. Sono ancora molti gli scrittori che preferiscono fare tutto da soli (alcuni lo fanno anche molto bene), e dicono che si divertono a farlo. Personalmente mi sono divertita la prima volta. Poi, laddove ho potuto, ho cominciato a delegare, perché mi stavo perdendo il bello dello scrivere. Io sono una maniaca del perfezionismo e non mi fido di me stessa. Ritengo che ognuno sappia fare al meglio il proprio mestiere, quindi preferisco fare l’imprenditrice alla vecchia maniera, a ognuno il proprio ruolo. NBA (NoBrandArt) è stato un progetto nato in questa direzione in occasione della Fiera PiùLibri PiùLiberi: un gruppo di autori e figure professionali dell’editoria che è andato in fiera senza il supporto degli editori. E lì abbiamo presentato prodotti di qualità, proprio per dimostrare che è possibile. Da questa iniziativa sono nate diverse altre cose: un bookmob pre natalizio, collaborazioni professionali, corsi online per la creazione di e-book. Ogni partecipante ha alimentato ciò che rende grande e innovativa l’idea dell’Indie-publishing: l’utilizzo della rete in modo professionale. E questo è il momento giusto per far passare questo concetto. Si è giunti a un punto di saturazione per cui gli stessi autori desiderano che vi sia una selezione dei libri in circolazione per offrire al pubblico un prodotto qualitativamente valido. Sappiamo benissimo che ci sono più scrittori che lettori in Italia, come se scrivere fosse una moda. Scrivere è un lavoro, vero, duro, ed emergere è difficilissimo. Solo con la qualità ci si potrà riuscire, e i primi a fare questa selezione dovranno essere proprio gli autori.

Molti autori self-publisher pubblicano solamente in e-book e, d'altronde, ultimamente proliferano le case editrici digitali. Questo è un limite alla diffusione delle proprie opere o, al contrario, un vantaggio, visto l'aumento esponenziale dei lettori digitali?
Certo che non è un limite, anzi. Vero è che in Italia siamo ancora indietro, rispetto al resto del mondo, con la diffusione dell’editoria digitale, ma la direzione è quella, inesorabilmente. Anzi, forse per una volta potremmo considerare questa nostra “arretratezza” come un punto di forza: studiamo ciò che stanno facendo gli altri e cerchiamo di fare meglio. Per le case editrici l’era digitale potrebbe essere il momento di uscita dalla crisi. La distribuzione costa cifre spropositate agli editori che vogliono (vorrebbero) piazzare i loro titoli a livello nazionale, e spesso non si riesce neanche a rendicontare bene, creando crisi di liquidità che portano molte case editrici alla chiusura. L’e-book ha costi minimi, distribuirlo online costa pochissimo e tutto ciò che si risparmia può essere investito in promozione e traduzioni per il mercato estero. Direi che questo circolo da virtuale diventa virtuoso in un attimo, no?

Copertina del libro "Nata in una casa di donne" di Cetta De LucaPer essere buoni scrittori bisogna essere buoni lettori?
Credo di averlo detto già nella prima risposta, e non consiglierei mai a nessuno di fare qualcosa che non faccio io per prima: leggere è l’esercizio primario che dovrebbero fare tutti, è necessario. Scrivere è solo una conseguenza, per altro non obbligatoria.

Credi che realtà come quella del Club del Libro possano aiutare ad avvicinarsi alla lettura?
Quando ero ragazzina mi iscrissi a due club: Il Club dei Lettori e Il Club degli Editori. Periodicamente mi arrivavano a casa dei folder, dei piccoli cataloghi, con le copertine dei nuovi libri usciti, con le sinossi, piccoli commenti. Ecco, per me quelli erano giorni di festa, perché era come avere un libraio in casa col quale parlare di sogni tradotti in parole, un linguaggio che solo noi capivamo. Ogni mese acquistavo 3 libri da un Club e 3 dall’altro. Non avevo librerie sotto casa e, se non ci fossero stati loro, oggi non mi ritroverei con oltre 2500 titoli nel mio salotto. Quindi sì, ritengo che iniziative come Il Club del Libro siano molto utili, specie se agiscono e promuovono libri al di fuori di determinati meccanismi, per il puro piacere e passione nei confronti della lettura. L’onestà intellettuale prima di ogni cosa premia l’operato di ognuno, e i lettori oggi hanno bisogno di questo.

Quali sono i tuoi progetti per il 2014?
Per ora sto promuovendo il mio ultimo romanzo, tutto digitale, Quella volta che sono morta, pubblicato da DuDag. Non è semplice, perché non c’è un oggetto di carta da sfogliare, ma sto portando in giro una sorta di spettacolo, perché il testo si presta molto ad essere rappresentato. Ho terminato di scrivere il quarto romanzo che ha appena passato il vaglio di Beta Readers di eccezione (il gruppo S.P.E.C.T.R.E.) e sto cominciando a proporlo alle case editrici. A breve uscirà la versione in spagnolo del mio primo romanzo, Colui che ritorna, e la versione digitale del secondo, Nata in una casa di donne. Andrò al Salone del libro di Torino e sto preparando (ancora in embrione) un doppio progetto culturale con l’estero. Mi pare tanta roba…

Lo è, decisamente! In bocca al lupo, Cetta, e grazie per questa interessante intervista!

(articolo a cura di Elisa Gelsomino)

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