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Gabriel Garcia Marquez è morto lo scorso 17 aprile. La stampa di tutto il mondo, da allora, non si è fermata e continua a rendergli omaggio ripercorrendone la vita e celebrandone le opere. Anche il Club del Libro vuole ricordarlo ancora una volta e riflettere su ciò che Gabo ha significato nella storia della letteratura contemporanea.

“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”.

Gabriel Garcia Marquez

Questo l'incipit del più celebre capolavoro del Maestro Gabriel Gabo Garcia Marquez, quel Cent’anni di solitudine divenuto, fin dalla sua ormai remota uscita, una pietra miliare della letteratura del Novecento, nonché colonna portante di quella latino-americana, grazie all'inconfondibile stile che fonde bruta realtà e oniriche visioni: il realismo magico.
L'amata Colombia della sua gioventù, povera, sfruttata e violenta, diventa la triste Macondo, luogo di sogno ove fatti realmente accaduti diventano poesia e persone realmente esistite rivivono per diventare leggendari totem in odor d'immortalità: una volta conosciuti, personaggi quali Santiago Nasar, Florentino Ariza o il già citato Aureliano Buendia non si dimenticano.
Divenuto noto come giornalista (mestiere sempre amato), si schierò apertamente contro il conservatorismo della vita politica colombiana e contro lo sfruttamento dei contadini da parte della compagnia USA United Fruit; impegno che lo avvicinò al comunismo sino a diventare intimo amico di Fidel Castro, e che pagò con l'esilio in Messico, seppur volontario, in seguito alle minacce ricevute da più parti.
Il successo planetario e l'ingresso nell'olimpo dei Nobel non cambiarono la sua indole umile, non avendo mai dimenticato la povertà dei suoi natali nel villaggio di Aracataca né la squattrinata gioventù da bohemien dei suoi esordi giornalistici a Cartagena, Baranquilla e Bogotà.
Ovviamente avido lettore (amò particolarmente Hemingway, Conrad e Faulkner), la sua morte ha lasciato un vuoto difficile da colmare nel mondo del romanzo, vista l'eleganza e l'unicità del suo stile.
Se ogni uomo avesse un paradiso personale, il suo sarebbe un'allegra e gioiosa città: la sua adorata Macondo senz'ombra di malinconia. A noi non resta che ringraziarlo e rileggerlo un'altra volta, e un'altra volta ancora.

(articolo a cura di Giovanni Occhipinti)

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