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Luca Fadda, autore sardo con all'attivo tre libri e racconti in antologia, è tornato in libreria con Kairòs, particolare romanzo Sci-Fi sulla manipolazione di cellule staminali, inserito in questi giorni in offerta speciale dall'editore Ciesse a solo 1,90 euro (e-book). In una lunga chiacchierata con Il Club del Libro, Luca Fadda ci ha parlato di Kairòs e del caso Vannoni, di editoria ed auto pubblicazione, del mestiere di scrittore ed altro ancora...

Copertina Il Club del Libro (CdL): Dopo diverse pubblicazioni, a luglio è uscito Kairòs, romanzo che racconta, tra le altre cose, della manipolazione di cellule staminali adulte. Cosa ti ha ispirato nel trattare, in  maniera "fantascientifica", un argomento così attuale?

Luca Fadda (LF): Il romanzo è nato nel 2012, quando sotto la doccia mi sono messo a ragionare sul tempo e sulle varie possibilità di esplorarlo. Ho sempre punti di partenza un po’ troppo comuni, ma queste sono le mie fonti di ispirazione. La mia cabina doccia è diventata una capsula del tempo, quella che nel romanzo è Argo. Quando ho finito e ho aperto la porta appannata, ho immaginato di andare in cucina e trovare mia moglie sessantenne e mio figlio ventenne. Nonostante sul momento mi sia scappato da ridere, la notte ho elaborato la storia, sostituendo l’acqua con un fluido semidenso. E di cosa poteva essere composto se non di particelle organiche? Qualcosa che potesse conservare e, all’occasione, rigenerare. Mi ero fatto un’idea del funzionamento delle staminali in occasione della nascita di mio figlio, quando mi sono domandato cosa se ne facessero gli ospedali delle donazione dei cordoni ombelicali. Il resto è una sequenza di collegamenti che non saprei spiegare con precisione, quando invento una storia di solito è un fiorire di idee da mettere per iscritto al più presto.
La teoria che Lauro - e successivamente Serena - elabora durante il romanzo ha quindi delle basi scientifiche, ma era viva in me la paura di aver trattato male l’argomento, non essendo io un biologo. Dopo quasi un anno il romanzo stava quindi morendo, ero indeciso se modificarlo radicalmente o abbandonarlo in attesa di idee migliori. Ma proprio mentre ci riflettevo è scoppiato il caso Vannoni. L’utilizzo delle cellule staminali, nel fantomatico protocollo Stamina, era in gran parte ciò che io avevo già descritto, per cui mi sono convinto che in fondo non avevo sbagliato approccio. L’unica cosa che io avevo ipotizzato, in più della realtà, era la manipolazione cellulare. Della storia, quindi, ho modificato solo una cosa: il titolo, che in origine era Staminali. Ho scelto Kairòs perché il periodo che stava arrivando avrebbe potuto rappresentare il momento migliore per raccontare quella vicenda, incentrata sulla follia dell’uomo che gioca a fare Dio, senza scrupoli e in nome della scienza. Era il momento giusto, insomma, quello da cogliere al volo. Una situazione che è il significato della parola greca “kairòs”. L’attualità è venuta dopo, anche se la pubblicazione è stata nel 2014. Un caso, o come direbbe qualcuno, “Coincidenze? Io non credo”.

CdL: La tua casa editrice, Ciesse, è dichiaratamente NoEAP. Tu personalmente come ti poni nei confronti dell'editoria a pagamento?

LF: La mia casa editrice attuale (e quelle future, chi lo sa) è di sicuro NoEAP. Altrimenti non avrei pubblicato con loro. Sono contrario all’editoria a pagamento, a qualsiasi forma di pagamento, anche minima. Forse perché ho ancora un’idea meritocratica del mondo del lavoro. Chi propone pubblicazioni a pagamento sfrutta la delusione degli autori per non aver trovato altre vie, o la loro fretta nel giungere alla meta del proprio libro in mano. A volte è solo una questione di ingenuità. Qualunque sia il motivo trovo riprovevole che un “editore” sfrutti queste debolezze. Se il mercato editoriale non ti vuole ci sarà un motivo, e nella maggior parte dei casi il motivo è che non conviene vendere un libro giudicato poco interessante, se non pessimo. Il motivo, insomma, è nel manoscritto e non altrove. Anche se le EAP ti dicono che vali, non è vero. Se solo loro ti vogliono devi chiederti il perché. Se qualcuno ti chiede soldi per vendere il tuo libro, dovrebbe scattare l’allarme. Chi propone un manoscritto deve capire che uno scrittore non è un imprenditore e non deve investire denaro nelle sue idee. Quello è l’editore, a meno che non si cerchi l’auto pubblicazione. Lo scrittore ha un lavoro da proporre, l’editore che lo valuta positivamente impiegherà tempo e denaro per guadagnarci e per farci guadagnare l’autore. La scusa che l’autore debba dimostrare con i propri soldi di credere nel proprio lavoro è una sottile bassezza che fa leva sull’ego dell’aspirante scrittore. In Italia sono in tanti a essere convinti di saper scrivere, molti meno conoscono il mondo dell’editoria. Non dico che si debba essere esperti, ma almeno conoscere la distinzione tra EAP e NoEAP è fondamentale. Le EAP puntano su questa “ignoranza”, presentandoti la loro pratica come l’unica via possibile per un esordiente. E non è assolutamente vero, lo so perché ne sono testimone.
La mia storia infatti mi dice che non è così. Ho esordito dopo pochi mesi dal primo racconto che ho scritto, senza mai avere l’obbligo di comprare copie del mio libro. Se sei un esordiente, è vero, forse devi cercare l’editore giusto, il piccolo editore che ti stampa in poche copie, o addirittura solo in digitale. Ma devi avere qualcuno che lavori nel campo e che ti dica se il tuo lavoro vale un investimento oppure no. Altrimenti, soprattutto di questi tempi, è meglio l’auto pubblicazione, pratica comunque alla portata di tutti. Non per la qualità, ma per la facilità con cui è possibile mettere in vendita un lavoro. Poi sulla qualità ci sarebbe da discutere per ore. Certo, non sarà una grande soddisfazione ma almeno non costa niente. E si tratta sempre e comunque di punti di vista, il mio è questo.

Copertina CdL: L'anno scorso hai messo in subbuglio la rete con Il nulla, e-book di 345 pagine... vuote. In che cosa consisteva il tuo esperimento e a quali conclusioni sei arrivato?

LF: Il Nulla è stato definito in tanti modi. Nato come una burla è diventato un piccolo caso. A novembre 2013, quando ho fatto l’esperimento, ero iscritto in diversi gruppi di condivisione di libri. In tutti i gruppi ci sono gli auto prodotti con Amazon che irrompono con sparate sensazionalistiche sui dati di vendita, sulle classifiche scalate, sul successo clamoroso che stanno ottenendo. Di fronte a tali successi, e confrontando quei dati con i miei, mi sono chiesto quanto di quelle urla corrispondessero alla realtà. Non avevo un testo da proporre ad Amazon, ma un progettino su un libro vuoto sì. L’ho perfezionato, ho creato il libro e l’ho lanciato sul mio blog e sui miei profili social in offerta per cinque giorni. I pochi contatti che sapevano dell’esperimento mi hanno aiutato a far girare la voce con recensioni sensazionalistiche. In poco tempo ho raggiunto le vette delle classifiche di Amazon con un numero esiguo di download, una cinquantina circa, ed è rimasto lì fino alla fine della promozione a zero euro. Volevo, con quei dati, far vedere a chi si vanta delle posizioni in classifica su Amazon che si trattava di un finto successo, smascherare le falle di quelle campagne di marketing urlate ovunque, facendo capire che il primo posto su Amazon non è sinonimo di qualità, dato che 345 pagine vuote non sono certo un’opera di qualità.
Invece vedere che con pochi download si raggiungevano proprio i primi posti nelle classifiche, mi ha fatto capire le dinamiche con cui Amazon le elabora. Non tanti download, ma concentrati. In un giorno sono bastati una media di due download all’ora per sbattere Il Nulla davanti a tutti. Stando lì, poi, anche chi non mi conosceva era tentato di scaricarlo. In tutto sono 250 download complessivi in cinque giorni. Chi l’ha letto? Non saprei, solo una persona l’ha recensito davvero fiutando la burla. Di certo ho raggiunto il punto di notorietà più elevata apparendo in un piccolo articolo sulla pagina “cultura” di Repubblica a firma di Loredana Lipperini, che ha seguito la mia piccola avventura e con cui ho avuto un breve scambio di messaggi.
In definitiva ho raggiunto diverse conclusioni: prima di tutto una marea di persone hanno travisato l’esperimento definendomi, nei commenti ai vari articoli che hanno seguito Il Nulla, un truffatore. Qualcuno ha voluto sfoggiare la propria cultura dicendo che non era una cosa nuova, e in effetti esisteva già, ma di questi nessuno ha saputo focalizzare lo scopo dell’esperimento. Queste persone hanno giudicato in base ad articoli, non scritti da me, che trattavano l’esperimento in maniera non approfondita, tra l’altro hanno giudicato leggendo in maniera incompleta anche quei brevi articoli, che in realtà facevano tutti riferimento al mio blog con tanto di link. E sul mio blog è tutto spiegato in maniera molto chiara. Mi sono state riferite da più parti anche reazioni meno pacifiche nei miei confronti in gruppi segreti di auto prodotti. Per tale motivo ho dovuto specificare che non ce l’ho con l’auto produzione, ma con i sistemi di marketing fatti in casa, quelli che ho smascherato con Il Nulla. Ecco, le conclusioni erano tutte in queste poche impressioni: la falsità dei dati di vendita di Amazon, o meglio, le personali verità che quelle classifiche restituiscono. Se poi si considera che Amazon non è il mercato del libro, seppure una fetta importante, il resto è presto detto: impostare il marketing su quelle classifiche è come dire di essere belli perché si hanno i capelli biondi. Poi il resto non conta, sono i capelli biondi che contano.

Luca FaddaCdL: Sulla tua carta d'identità c'è scritto "professione: scrittore", ma la cosa sembra non convincerti molto... chi è, allora, lo scrittore?

LF: Non mi convince per il modo in cui quella “professione” è finita là sopra. In fondo è stata un’iniziativa della ragazza dell’ufficio anagrafe quando mi ha chiesto se la vecchia professione era ancora valida.
Non sono uno scrittore, anche se spero di diventarlo. Non credo esista una definizione precisa per questo termine. Dal mio punto di vista non è un semplice appellativo, ma una precisa collocazione dell’attività in un contesto lavorativo. Ovvero: è un lavoro. Il lavoro è caratterizzato dall’impiego del proprio tempo e del proprio intelletto in cambio di denaro. Ora non saprei dire se debba essere il lavoro principale, o secondario, o un semplice hobby, ma di certo deve essere fatto in maniera professionale. Io per esempio ho un prato. Lo curo con i tagli periodici, lo arieggio, lo concimo, lo pettino ogni tanto, ma non mi sognerei mai di definirmi giardiniere. Lo stesso secondo me vale per la scrittura. Il mio prato è di circa mille metri quadri e lo curo con una certa frequenza; ho pubblicato tre libri più altri racconti in antologia. Come non sono giardiniere, non sono scrittore.
Potrei metterla su un altro piano: nei miei libri cerco di usare la storia per portare il mio parere su uno specifico tema. Non è la storia che conta, quella serve per non annoiare mentre tratto l’argomento, è il modo di comunicare un pensiero. Quando avrò raggiunto la piena capacità di farlo e un adeguato bacino di ascoltatori che recepiscano ciò che trasmetto, allora (forse) potrò definirmi scrittore.

CdL: Come vedi il mondo del libro nell'era del web? Pensi che realtà come Il Club del Libro possano aiutare a diffondere l'amore per la lettura?

LF: Tempo fa ho proposto ad alcune librerie del circondario un progetto: io mi impegnavo a presentare, anche una volta a settimana, un libro. Partendo dai miei, ma accettando qualsiasi proposta. Il fulcro però non era la presentazione, ma il parlare dei libri. Nella mia idea c’era quella di presentare il libro, farlo acquistare e farlo leggere. Poi discutere su cosa il libro aveva lasciato nei lettori. Un forum, di quelli veri, di quelli dal vivo. Un modo per insegnare a leggere un libro, e non a leggere parole. Senza obblighi, senza interrogazioni, solo provare a tirar fuori le emozioni che il libro suscita. Non chiedevo soldi, ma solo spazio e tempo. Un’ora o due a incontro, a seconda della partecipazione del pubblico. La libreria avrebbe ordinato e venduto i libri, senza reso perché ipotizzavo una vendita su ordinazione. Nessuno mi ha mai risposto.
Mi sono chiesto il perché e non ho trovato risposta, se non nelle dimensioni della realtà provinciale in cui vivo. In una città forse avrebbe avuto più riscontro, ma non in un posto dove le librerie vendono poco e male.
Il problema del libro nell’era del web credo sia diverso. Io per libro intendo anche l’e-book. Per me il libro non è un oggetto di carta, è la storia che contiene. Cambiando il supporto non cambia la storia. Amo la libreria con i dorsi in mostra, sia chiaro, ma mi piace leggere e l’ebook è molto comodo, anche se all’inizio ero restio al suo utilizzo. Ma col tempo si cambia idea.
Realtà come Il Club del Libro sono a tutti gli effetti le uniche vie possibili, sul web, per far riscoprire la passione per la lettura, quella vera. Si tratta di fidelizzare i lettori occasionali e attirare i non lettori. Credo che il confronto e l’apertura ai contributi degli iscritti sia fondamentale per questo. Il lettore non deve subire le informazioni letterarie, ma deve sentirsi parte di quel mondo. Ascoltare e farsi una propria idea che, come tale, deve essere accettata anche quando non è condivisa. Siamo cresciuti vedendo la letteratura come il compito da studiare per l’interrogazione. L’ideale è riproporla come piacere al pari di altri passatempi, ma che lascia qualcosa in più del mondo di cui si è letto. Un ampliamento delle emozioni.
In fondo è quello che volevo fare io dal vivo, per questo vedo positivamente la vostra esperienza.

CdL: Grazie a Luca Fadda per questa appassionante intervista!
E grazie a Ciesse Edizioni per la promozione sulla versione digitale di Kairòs, che fino alla mezzanotte del 22 ottobre sarà disponibile a 1,90 euro (anziché 4,00 euro) in circa 80 store online! Lettori, approfittatene!

(articolo a cura di Elisa Gelsomino)

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