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La signora delle camelie, Libro del Mese di Novembre 2014, oltre ad avere ottenuto grande popolarità per la magistrale prosa di Alexandre Dumas figlio e per i temi un po' scandalosi per i tempi in cui è stato scritto, ha anche fornito le basi per la realizzazione del libretto di un'Opera tra le più celebri della musica italiana di tutti i tempi, La Traviata di Giuseppe Verdi. Il passaggio da testo a musica, però, non è così immediato come potrebbe sembrare, perché richiede il lavoro intermedio di un personaggio troppe volte dimenticato, il librettista, la cui nascita affonda le radici nel XVII secolo e che ha avuto evoluzioni diverse nei due paesi cardine dell'Opera: l'Italia e la Francia.

Libretto Il lavoro del librettista consiste nell'estrapolare da un testo i versi da trasporre successivamente in musica, partendo da un'opera già esistente oppure creandone di nuovi. Ad esempio nel caso di Francesco Maria Piave, che ha composto il libretto dell'opera di Verdi, il lavoro è consistito nell'estrapolare dalla versione teatrale de La signora delle camelie, composta dallo stesso Dumas figlio, il testo poetico da far musicare dal celebre compositore.

Il lavoro del librettista, però, non è stato sempre lo stesso ed ha subito notevoli cambiamenti dalle sue origini in avanti. Il cosiddetto libretto italiano, infatti, all'inizio era quasi completamente basato su poemi esistenti, a cui attingeva direttamente e da cui riprendeva a volte anche il testo. Le prime esperienze di libretto italiano, infatti, furono ispirate dai poemi pastorali tipici del XVI secolo, soprattutto dall'Aminta di Torquato Tasso (1573) e dal Pastor fido di Battista Guarini (1581-1590).

L'idea di base della trasposizione dei versi in musica fu dovuta ad un atteggiamento tipico di quei secoli, incentrato sulla riscoperta del glorioso passato greco e romano soprattutto in campo artistico e culturale. In effetti la fonte di ispirazione per i primi librettisti fu proprio la commedia greca, la quale si riteneva venisse recitata e cantata a teatro dagli attori e che fornì quindi l'ispirazione ai primi compositori di quella che col tempo è diventata l'Opera.

Il focolaio in cui sono stati effettuati i primi tentativi di libretto italiano è da individuarsi nella città di Firenze, da sempre propulsore culturale del Belpaese, e soprattutto nell'esperienza della Camerata Fiorentina, un'associazione di eruditi, artisti e mecenati attenti al gusto del pubblico e sempre pronti a sperimentare nuove forme d'arte. Da questa fornace venne fuori dunque il primo librettista italiano, Ottavio Rinuccini, che pubblicò i suoi due primi libretti, Dafne e Euridice, esattamente nel 1600, anche se il primo è databile già dal 1597.

L'esperienza francese fu invece ben diversa da quella italiana, anche se ad essa strettamente collegata. Un'importante differenza va ricercata nella grande diffusione che a Parigi, già dal XVI secolo, ebbe il balletto, ritenuto importante in Francia alla stregua del teatro e della sua celebre compagnia di attori, la Comédie Française, un aspetto con cui l'Opera italiana non dovette confrontarsi.

Il primo tentativo operistico francese fu dovuto al caridnale Mazzarino, il quale volle trasportare nel suo paese d'adozione l'esperienza già brillante dell'Opera italiana che già impazzava nel Seicento. Il cardinale dunque sovvenzionò la messa in scena dell'Orfeo di Luigi Rossi nel 1647, ma non ottenne un grande successo di pubblico. L'Opera italiana, infatti, venne giudicata esagerata, ampollosa e ridondante, non conforme con lo spirito teatrale francese. Mazzarino ci riprovò sette anni dopo, nel 1654, con la messa in scena de Le nozze di Peleo e di Teti di Carlo Caproli, infarcendo l'opera di numerosi balletti, al primo dei quali prese parte lo stesso Luigi XIV che si esibì insieme ai suoi cortigiani. Anche in questo caso, tuttavia, le scelte operistiche di Mazzarino non furono gradite dal pubblico francese, caratterizzato da un forte nazionalismo.

Teatro d'OperaLa messa in scena de L'Ercole amante di Francesco Cavalli nel 1662 decretò così la fine dell'esperienza di Mazzarino, tanto che lo stesso Luigi XIV decise nel 1669 di affidare ad un altro uomo l'istituzione dell'Acadèmie de l'Opera. La scelta ricadde sul librettista Pierre Perrin, il quale si ripropose chiaramente l'obiettivo di allontanarsi dall'Opera italiana per creare qualcosa di più confacente al nazionalismo politico francese. Con l'aiuto del compositore Robert Cambert, Perrin propose quindi nel 1671 un proprio libretto pastorale all'italiana ma strutturato secondo quello che pensava fosse il gusto francese, il Pomone, che però ancora una volta non riuscì a superare le dure critiche dell'aristocrazia parigina.

Si dovette aspettare l'arrivo di Giovanni Battista Lulli, meglio noto come Jean-Baptiste Lully, per mettere l'Opera francese sui binari giusti. Egli, infatti, si sostituì a Perrin nella direzione dell'accademia operistica parigina già dal 1673 ed apportò un cambiamento importante nel modo di intendere l'Opera, concentrandosi quasi esclusivamente sul testo più che sulla musica, tanto da mandare i cantanti dell'accademia a studiare la dizione e l'intonazione dagli attori della Comédie. Il suo lavoro fu molto più apprezzato rispetto a quelli precedenti e du dunque lui, insieme al suo fidato librettista Philippe Quinault, a porre finalmente le basi per la nascita del libretto francese.

Lettura consigliata:
La decima musa. Storia del libretto d'opera, Patrick J. Smith, Firenze, Sansoni Editore, 1981

(articolo a cura di Francesco Gioia)

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