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Che cos’è esattamente lo Zen? Forse la risposta più sintetica ma efficace rispetto a questa domanda è quella fornita da Daisetz T. Suzuki – lo studioso che rappresenta la figura di maggiore autorevolezza in merito a questa forma di spiritualità d’origine buddhista – in un suo affascinante saggio, recentemente tradotto e pubblicato da Adelphi, ovvero Lo Zen e la cultura giapponese.

Copertina Giusto nell’apertura del volume, l’autore precisa che: “lo Zen è uno dei prodotti scaturiti dalla mente cinese dopo il suo incontro con il pensiero indiano”. Va però subito aggiunto che tale “disciplina” o visione del mondo, una volta esportata in Giappone dai monaci Tendai (a partire dal VI secolo), ha inciso in modo via via sempre più notevole sulla società nipponica. Giacché, osserva ancora Suzuki: “Se le altre scuole buddhiste hanno limitato la loro area d’influenza quasi esclusivamente alla dimensione spirituale dei giapponesi, lo Zen è riuscito a penetrare in ogni aspetto della loro vita culturale”.

Leggendo, ad esempio, le pagine sulla cosiddetta “arte della spada”, il lettore si renderà conto di come, per l’autentico maestro spadaccino, essa non rappresentasse certo una mera tecnica combattiva, bensì un vero e proprio cammino di crescita interiore che comportava l’abbandono di ogni istanza egoica, tant’è che il samurai, in caso di sconfitta o disonore, era pronto persino a suicidarsi senza tema alcuna. Similmente l’arte del tè aveva quale scopo precipuo l’eliminazione del superfluo e dell’inessenziale, in quanto lo Zen: “porta a disfarsi di tutto ciò che si crede di possedere, compresa la vita stessa, per tornare allo stato ultimo dell’essere”.

La stessa poesia haiku, caratterizzata com’è da estrema icasticità, brevità e semplicità, non fa che ribadire quanto sopra. Un tale stile artistico, nota sempre Suzuki, “detesta l’egoismo in ogni sua manifestazione”. Il poeta ha da essere quindi “strumento del tutto passivo” affinché possa nascere in lui spontaneamente l’intuizione/ispirazione. L’haiku non ha altresì da essere intellettualistico, rifuggendo ogni costruzione letteraria basata su concetti o teorizzazioni. Trattandosi di un’arte genuina/schietta, essa esprime semmai la qualità somma che per lo Zen giapponese viene detta wabi, che significa letteralmente solitudine ma anche povertà: non tuttavia nel senso di carenza, quanto di suprema ricchezza spirituale raggiunta da chi ha saputo disfarsi di tutto, rinunciando a ogni attaccamento/conseguimento.

Cermonia del the giapponeseNon a caso l’ideogramma nipponico yawaragi, utilizzato per indicare la delicatezza di spirito, può venire letto anche come armonia, poiché i due termini/stati si equivalgono. Anzi, tutti gli aspetti culturali presi in esame da Suzuki finiscono per ribadire la necessità di una estrema chiarificazione/semplificazione, per fare in modo che la vita non si riduca ad artificio o conflitto ma sia ricerca costante d’autenticità e unità.

Così presentandoci l’arte della spada o il cerimoniale del tè, mostrandoci le sobrie raffigurazioni della la pittura sumiye, o i versi poetici (peraltro intraducibili) espressi mediante gli haiku, Suzuki ci guida/invita dunque non solo alla scoperta dello Zen, forse la più enigmatica e inafferrabile delle dottrine orientali, ma soprattutto a esplorare un assai peculiare modo di porsi – quello tradizionale giapponese – in cui ciascun ambito dell’esistenza assume le forme mirabili di un’assidua ricerca del senso ultimo celato fra le pieghe di una quotidianità vissuta quale partecipazione insieme etica ed estetica al mondo, colto nella sua discontinuità, precarietà e vacuità.

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(articolo a cura di Francesco Roat)

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