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Già a partire dal titolo – Il rabbi molesto. Sul lato antipatico di Gesù (Ed. Italic) – il saggio su Cristo di Fabio Bonafé appare assai provocatorio, polemico e alquanto svalutativo nei confronti di colui che egli definisce sbrigativamente “il Brusco”...

Con tale epiteto, l'autore denuncia un’asprezza di toni e di condotta che dai vangeli risulterebbe essere, in svariate occasioni, la cifra caratteriologica e pedagogica del Nazareno: “maestro” qui considerato autoritario, dogmatico, poco empatico e poco tollerante nei confronti delle debolezze altrui; in specie quelle dei discepoli, spesso incapaci di cogliere la portata del suo insegnamento.

Nello specifico il rabbi Gesù appare a Bonafé uomo che: “non dialoga” bensì “ordina”, “incute timore” e dimostra persino scarsa sensibilità ecologica maledicendo un fico sterile; caratteristiche queste considerate estremamente antipatiche e soprattutto tipiche non solo del Figlio di Dio, ma pure del di lui Padre, ritenuto una divinità di stampo patriarcale del tutto esecrabile, in quanto vendicativa e collerica.

Perciò Bonafé rilegge i vangeli (privilegiando Marco) alla ricerca de Le parole dure di Gesù, per dirla col titolo di un ben documentato ma non così animoso saggio di Ludwig Monti (Edizioni Qiqajon), che più o meno verte sulla stessa tematica cara all’autore de Il rabbi molesto.

Parole che, ad ogni modo, possono senz’altro sconcertare e persino scandalizzare il lettore. Come quando Cristo se la prende davvero un po’ bruscamente con Pietro − che non è in grado di approvare/accettare l’idea che Gesù debba esser messo a morte − e lo allontana, redarguendolo con un’espressione severa: “Lungi da me, Satana!” (Mc 8,33). A questo proposito Bonafé si/ci chiede: “Perché il rabbi è così sordo alle esigenze di chi gli è più vicino, e perché è così ottuso e insensibile rispetto alle loro preoccupazioni?”. Già esprimendo tuttavia con queste domande retoriche un giudizio di netta riprovazione rispetto all’operato del Cristo.

L’insistenza su tale supposta insensibilità è più volte reiterata, anche tramite la rilettura d’un passo evangelico sull’incontro del Messia coi discepoli dopo la sua resurrezione, allorché Egli: “Li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto resuscitato” (Mc. 16,14).

Sempre a proposito dell’evento cardine per il cristianesimo, l’autore con neppur malcelata ironia suggerisce come avrebbe dovuto comportarsi Gesù per rendere credibile/inoppugnabile la sua ricomparsa tra i vivi, scegliendo di mostrarsi “sulle scalinate del tempio” o a Pilato piuttosto che agli apostoli. Ma questo è solo un esempio, tra i tanti, per dare ai lettori un’idea del tono pungente del testo, il quale però non si limita al sarcasmo e alla svalutazione, ma credo abbia lo scopo precipuo di far sì che i credenti non s’astengano da leggere/interrogare in modo critico i vangeli, non temendo di sottolinearne i passi problematici, criptici o paradossali, per non accondiscendere a una formula religiosa meramente dogmatica che: “sclerotizza una vita irripetibile” – cioè quella di Gesù – “in un modello di vita, facendone un canone e una regola”.

Ennesimo e non marginale rilievo sollevato dall’autore è quella di ritenere Cristo e il cristianesimo ancora legati a una visione veterotestamentaria colpevolizzante/intollerante di Dio; concezione che non ammetterebbe vi possa essere salvezza spirituale per i non-credenti, se è vero che, come afferma il Risorto: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato” (Mc. 16,16). Ultimo giudizio sfavorevole quello intorno allo scandalo per antonomasia del sacrificio di Gesù in croce, ritenuto dall’autore una vera e propria “barbarie”, relativamente alla quale − a detta di Bonafé −: “Dio Padre è un assassino e Dio Figlio è un Dio suicida”.

Certo, queste accuse/sentenze potranno apparire all’insegna di una semplificazione eccessiva, forse d’una incauta banalizzazione o, peggio ancora, d’una manifesta denigrazione. Comunque l’autore non può esimersi dall’ammettere che, se per molti la fede in Cristo si riduce a una sorta di  “sottomissione” acritica, “per altri” – invece – “occorre riconoscerlo, questo stesso pensare di intravvedere nel mistero la luce della verità resta fonte di un gioioso stupore, sentiero da percorrere, risveglio alla responsabilità e dono di speranza”.

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(articolo a cura di Francesco Roat)

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