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Una storia crudele di Natsuo Kirino, Libro del Mese di Febbraio 2015, ci introduce nella società giapponese, una delle più lontane, non solo geograficamente, da noi e dal nostro modo di essere. Nella società giapponese, il valore primario è rappresentato dal senso del dovere (giri), al quale si sacrificano le emozioni umane (ninjo), al fine di far trionfare l’armonia della collettività. Ancora oggi, in ogni giapponese, la figura di riferimento è quella del samurai, pronto a sacrificare il suo amore, per obbedire al proprio Shogun.

Il comportamento sociale dei giapponesi non ha nulla di spontaneo, ma sembra un ridondante e stucchevole ripetersi di movimenti meccanici, espressione di regole consuetudinarie che sono ossessivamente insegnate sin dall’infanzia. Già a un primo impatto visivo, i rapporti tra le persone giapponesi si riempiono di sorrisi sfuggenti, di sguardi umili e d’incessanti inchini.

La maggior parte dei giapponesi evita il confronto diretto e ha problemi nell’esprimere le proprie idee e i propri sentimenti, perché ciò che conta è il bene della collettività, cioè della famiglia, dell’impresa per cui si lavora, della patria.

Aldilà di ogni giudizio di valore, tali caratteristiche sono assolutamente positive e invidiabili in ambiti come quello politico, nel quale la dedizione, l’umiltà e l’onesta che le persone dimostrano sono uniche, tuttavia, esse rendono il popolo giapponese sostanzialmente frustato, incapace di quegli slanci vitali e individualistici, per i quali gli italiani sono famosi, invidiati e criticati in tutto il mondo.

Tutto ciò ha una spiegazione innanzitutto geografica: il Giappone è costituito da oltre 6000 isole, quattro le più grandi. È normale, dunque, che sia cresciuta una società chiusa su se stessa, gelosa dei propri valori fondanti e impermeabile, almeno nelle intenzioni, a tutto ciò che è estraneo. I giapponesi hanno vissuto sempre in maniera traumatica gli stimoli al cambiamento che gli arrivavano dagli occidentali, con i quali entravano in contatto. Inoltre, i periodi in cui il Giappone si è più aperto agli occidentali, e in particolare agli statunitensi (dal 1869 al 1941 e dal 1946 a oggi), sono coincisi con periodi di pace, sviluppo e prosperità per il paese.

Kogyaru GiapponeMa la prosperità è sinonimo di audacia sociale, di coraggiosa tensione verso la rottura delle tradizioni secolari e immobili della società. Per questo, oggi che Tokyo e le altre grandi città del Giappone sono piene di giovani, che vestono e si esprimono in modo sempre più vicino a ciò che fanno gli occidentali, soprattutto le persone più anziane leggono tale situazione come il segno del decadimento del paese.

Nelle grandi città, soprattutto a Shibuya, quartiere speciale di Tokyo, non mancano le estremizzazioni e le trasgressioni come le vie a luci rosse, gli uomini d’affari che ciondolano completamente ubriachi, o come il fenomeno delle kogyaru. Queste sono le cd. ragazze cattive, che si vestono in modo trasgressivo e sexy, che ostentano un capriccioso infantilismo, che si truccano pesantemente e che si esprimono attraverso atteggiamenti estremi e lascivi. Il Giappone è anche questo: considerare l’ubriachezza e le prostitute come segno di potere e agiatezza dell’uomo; non prestare troppa attenzione alla condizione delle donne. Tutto ciò però conferma la sensazione di una società soffocata dall’apparenza, e trafitta da profondi disagi.

A conferma di quanto detto, c’è la questione sicurezza. Il Giappone è un paese sicuro. Tokyo è considerata una delle metropoli più organizzate al mondo, dove la microcriminalità è inesistente, tanto che le donne possono camminare sole, in piena notte, senza alcun timore. A Tokyo, pochissimi chiudono le porte di casa con serrature e le polizze furto hanno costi irrisori. Non è solo merito di un importante sistema di prevenzione e repressione, ma anche della particolare impostazione culturale e sociale. I giapponesi sono educati, sin da piccoli, a una rigida etica del gruppo, in base alla quale chi fallisce o chi delinque danneggia l’intera famiglia e l’intera comunità di appartenenza. Inoltre, a differenza di altri paesi industrializzati, non ci sono sacche di povertà, degrado sociale ed emarginazione tali da vincere questi forti vincoli educativi.

L’altra faccia della medaglia, però, è rappresentato dal sistema giudiziario e carcerario, più volte arrivato sotto la lente d’ingrandimentCarcere giapponeseo di Amnesty International. Il sistema giapponese si caratterizza per il principio di discrezionalità dell’azione penale. In breve, l’esito del processo dipende molto dal comportamento nella fase di fermo: un comportamento collaborativo, anche per reati molto gravi, comporta conseguenze meno incisive per il reo; un comportamento poco convincente e collaborativo comporta quasi sicuramente il rinvio a giudizio, dove nel 99,8% dei casi si è condannati. E la vita in prigione è molto dura: disciplina ferrea, obbligo di lavoro non retribuito, tanto che gli unici comportamenti anomali che si registrano sono atti di autolesionismo e suicidi.

Nelle carceri, guardie e detenuti si salutano inchinandosi, ma senza poter incrociare lo sguardo; non si fuma; non si beve; non si può parlare tranne che nei momenti prestabiliti; si è puniti con lunghi periodi d’isolamento e con la riduzione delle razioni di cibo a ogni minima infrazione. In altre parole, le carceri sono luoghi di lavoro e di riabilitazione, nel senso che vi è un vero e proprio addestramento, una nuova educazione ai valori smarriti, tra i quali il più importante è quel senso di dovere e di sacrificio proprio di ogni buon giapponese.

Ecco la frase che i detenuti sono costretti a ripetere; ecco cos’è il buon giapponese: «D’ora in poi sarò onesto, sincero, educato e rispettoso. Collaborerò e rispetterò le regole e mi pentirò profondamente. E sarò riconoscente».

(articolo a cura di Emiliano Marzinotto)

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