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La letteratura giapponese ha una storia millenaria strettamente legata alla politica ed alla cultura dell'arcipelago del Sol Levante, ma nonostante abbia avuto nel corso dei secoli molti punti di spicco, per la maggior parte dei lettori "occidentali" è a dir poco sconosciuta, soprattutto nelle sue espressioni più antiche. Il Libro del Mese di Febbraio 2015, Una storia crudele, è un romanzo contemporaneo, ma fornisce un utile spunto per dare un'occhiata più da vicino, anche se in maniera assai generica, all'interessante mondo letterario del Giappone prima dell'incontro con l'Occidente.

Innanzitutto per parlare di letteratura giapponese bisogna partire dalla considerazione della conformazione geofisica del Giappone, abbastanza vicino al continente asiatico da subirne gli influssi politici e culturali, ma allo stesso tempo isolato tanto da poter difendere le proprie identità, anche quella letteraria.

Così come la letteratura italiana degli esordi, che a piene mani ha attinto ai testi classici, greci e latini, la letteratura giapponese ha preso molto dalla cultura cinese, che sul continente asiatico è quasi sempre stata quella dominante. Nelle opere risalenti agli inizi del X secolo d.C., ad esempio, si ritrovano molti riferimenti alle strutture stilistiche ed al gusto letterario della dinastia cinese Tang (618-907); allo stesso modo, avvicinandoci ai giorni nostri, la letteratura del XIX secolo è stata sicuramente influenzata dalle teorie neoconfuciane, che sono entrate nella cultura e nella vita sociale del Giappone durante tutta la fase del cosiddetto periodo Edo, cioè gli ultimi tre secoli precedenti all'apertura del Giappone alla cultura europea, avvenuta poco prima del sorgere del XX secolo.

L'intensa commistione culturale tra cinesi e giapponesi fu dovuta soprattutto alla grande apertura e all'atteggiamento di confronto e scambio che i due popoli hanno da sempre dimostrato di avere reciprocamente. Il Giappone, almeno stando alle più antiche attestazioni scritte che risalgono al VI secolo d.C., aveva intrapreso in questo periodo un'intenso processo di sinizzazione, arrivando ad adottare ufficialmente la cultura buddhista nel 594. Da quel momento in poi, durante tutto il periodo della dinastia cinese Tang, lo scambio culturale fu promosso e favorito soprattutto dall'attività di diplomatici e monaci.

L'importanza di questo scambio culturale fu tale che la lingua cinese venne considerata la massima espressione letteraria, la lingua dell'élite, come avveniva per il latino ai tempi di Dante e Petrarca. La massima espressione letteraria del Giappone agli inizi della sua letteratura è infatti un'antologia poetica raccolta dalla corte imperiale e composta in cinese e giapponese. Si tratta della Shin Kokin Wakashu, letteralmente "Nuova raccolta di poemi antichi e moderni", che contiene componimenti scritti a partire dal X secolo (Kokin Wakashu) fino ad arrivare al XV (Shinshokukokin).

Tokugawa IeyasuSuccessivamente il Giappone segnò una fase di chiusura e forte nazionalismo, sotto l'influsso di una dinastia che guidò il Paese dal 1603 fino al 1867, il clan Tokugawa, che nominalmente discendeva da un imperatore del IX secolo, Seiwa (850-880), e il cui capostipite stabilì la capitale a Edo, l'odierna Tokyo. Questa lunga fase della storia giapponese fu caratterizzata da un forte militarizzazione dei soldati imperiali, i celebri samurai, e dall'istituzione di un sistema feudale molto simile a quello che l'Europa aveva avuto durante il Medioevo. Tuttavia, da un punto di vista culturale, il Giappone trovò allora una sua propria dimensione e la letteratura nazionale cominciò a diffondersi ad una frangia sempre più ampia di popolazione.

Solo nel XIX secolo, con la fina della dinastia Tokugawa, il Giappone tornò ad aprirsi, cominciando ad avere scambi culturali con l'Occidente. Il confronto portò ad una evoluzione rapida delle strutture sociali ed economiche, nonché culturali, del Sol Levante. In particolare avvenne qualcosa di molto simile alle discussioni che portarono in Italia alla scelta dell'idioma fiorentino, quello di Dante Alighieri, come lingua letteraria nazionale. Queste discussioni furono dovute alla nascita di un sentimento nazionalistico che se in politica arrivò solo nel XIX secolo con la nascita del Regno d'Italia, a livello culturale era già vivo nel XVI. Un po' come da noi, dunque,  i Tokugawa avevano promosso l'unificazione del potere sotto l'unico sovrano stanzito con la sua corte a Edo e questo aveva portato a lungo andare, sul finire del XIX secolo, alla nascita del Gebun'itchi undo, un movimento per l'unificazione linguistica orale e scritta, che portò alla scelta della parlata borghese della capitale, ribattezzata in Tokyo, come lingua ufficiale dell'intera nazione.

Per approfondire:
Antologia delle letterature coreana e giapponese, R. Beviglia – A. Tamburello, Milano, Fabbri Editore, 1970

(articolo a cura di Francesco Gioia)

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