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All’inizio di un suo pregevole saggio che ha per tema e titolo le Endiadi. Figure della duplicità − recentemente ripubblicato da Raffaello Cortina Editore −, Umberto Curi rammenta ai lettori un’affermazione perentoria del protagonista dell’Edipo re di Sofocle, il quale sostiene che: “mai uno potrà essere equivalente a molti!”.

Asserto davvero paradossale, soprattutto se formulato dall’uomo la cui ventura/sventura sarà quello di incarnare esemplarmente la disparità, essendo egli destinato a essere insieme figlio e sposo della stessa donna, padre e fratello dei propri figli, salvatore e causa di rovina della sua città.

Edipo, che pure ha saputo risolvere l’indovinello postogli dalla sfinge su quale sia l’animale in grado di reggersi su due, tre e quattro piedi − intuendo come giusto l’uomo, nelle varie età della vita, passi da quadrupede (nell’infanzia) a bipede (una volta cresciuto) e infine a tripode (nella vecchiaia, quando debba camminare sorretto da un bastone) −; proprio l’astuto solutore di enigmi comprenderà solo dopo esser caduto in disgrazia l’irrisolvibile duplicità intrinseca della condizione umana di cui egli è l’emblema.

Il destino tragico di Edipo, sottolinea Curi, sta dunque nell’aver sperimentato di persona sino a che punto in ognuno di noi: “si fondano inestricabilmente identità e alterità”. Non a caso il termine endiadi etimologicamente deriva dall’espressione greca hen-dia-dyo, ossia “uno-tramite-due”. Tale è quindi la caratteristica/sorte che accomuna i molteplici personaggi chiave della tragedia classica e della mitologia greco-latina presi in esame da Curi: siano essi spinti da presuntuosa/speciosa filantropia – come il titano Prometeo che s’illude di salvare gli uomini donando loro il fuoco (la tecnica) sottratto furtivamente agli dei –, da un’ambigua/irrisolta fame d’amore – come la ninfa Eco e il bellissimo giovane Narciso –, o dall’apparente conflitto tra legalità e pietas – come quello che oppone Creonte ad Antigone.

Ma forse l’estrema drammaticità di tutte queste figure sta non tanto nella loro duplicità, nell’essere insieme un amalgama indissolubile di aspetti fra loro contraddittori, ma soprattutto nell’illusione − o meglio nella tracotanza (hybris) − di poter giungere a una qualche soluzione decisiva rispetto alle vicissitudini/inquietudini in cui si dibattono. Essi, perciò, non si rendono conto dell’impossibilità di trovare una risposta univoca e definitiva rispetto all’irrisolutezza della loro esistenza: di ogni esistenza. In altri termini, per dirla con Jaspers, i protagonisti di tali storie faticano a cogliere la molteplicità e la non unitarietà del reale, che è invece la scoperta fondamentale della coscienza tragica.

Oracolo di DelfiMolti dei personaggi emblematici analizzati nel saggio fanno ricorso all’oracolo di Delfi, ponendogli domande che pretendono responsi netti. Però – insegna Eraclito – l’oracolo di Apollo non dice, bensì dà segni. Non fornisce insomma facili/fallaci sentenze risolutrici in quanto − puntualizza Curi − “non vi è alcun sapere, comunque e da chiunque posseduto, che possa estinguere, una volta per sempre, la problematicità da cui scaturisce l’interrogare, che sia in grado di rimediare alla costitutiva e ineliminabile indigenza di conoscenza, che è alla base del domandare”. E condivido senz’altro con l’autore la considerazione che proprio la pretesa/arroganza di risolvere la problematicità irrisolvibile/inesauribile dell’interrogare, il vano tentativo di convertire in uni-vocità la sua ineluttabile di-lemmaticità sia all’origine dei mali narrati nelle tragedie greche.

Così è forse la figura di Epimeteo (colui che pensa dopo) – lo sprovveduto fratello di Prometeo (colui che pensa prima), che donando agli uomini la tecnica li ha lusingati con un doron (dono) che è insieme dolos (inganno) – a indicarci una via meno saccente a un fare e a un conoscere che non scada nell’idolatria tecnocratica delle magnifiche sorti e progressive, né si illuda di raggiungere verità assolute e definitive, accettando piuttosto i limiti, le ambivalenze e le aporie ineludibili che sono poi espressioni essenziali/cruciali della nostra finitudine.

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(articolo a cura di Francesco Roat)

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