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Il dottor Živago di Borìs Pasternàk, Libro del Mese di Marzo 2015, ci porta nel cuore dell'impero russo, con i suoi misteri ed il suo fascino. Questo immenso territorio, che oggi appartiene a più Stati e che partiva dai Carpazi, saliva fin quasi al polo nord e si estendeva fino all'oceano Pacifico, dall'altra parte del mondo, in un tumulto stordente di paesaggi, di climi e di uomini.

La storia dell'impero russo, con le sue luci e le sue debolezze, sicuramente, può essere interpretata alla luce del suo territorio. Questa sconfinata pianura, attraversata dai monti Urali, e frustata dalle tempeste, dalle nevi e dal gelo, ha forgiato uomini duri come pietra, tenaci, orgogliosi e generosi.

La tenacia. Il territorio russo, privo di barriere naturali, nel corso della storia ha più volte prestato il fianco all'invasione dei nemici. All'inizio dell'800 fu Napoleone a condurre una campagna di conquista. In tutte le occasioni nelle quali l'esercito russo tentò uno scontro diretto con quello francese, rischiò seriamente di essere spazzato via.

E allora la tattica fu di aspettare, di ritirarsi, di abbandonare la stessa Mosca al nemico; e di sfiancarlo con sortite veloci, alle quali si aggiungevano le numerosi azioni partigiane delle genti russe, in attesa dell'inverno, in attesa del freddo. Quando questo arrivò, l'armata francese non ebbe scampo. Centoquaranta anni dopo, anche la Germania nazista, fiaccata dal rigido inverno, urtò contro l'ostinata determinazione del popolo russo, che invece dal gelo sapeva trarre nuovo slancio.

SteppaL'orgoglio. È complicato capire cosa sia precisamente il popolo russo. Si rischia una generalizzazione errata, che non tiene conto dell'essenza più profonda di queste genti. La politica zarista prima e quella del regime comunista poi, diedero scarsa importanza, e anzi tentarono di reprimere il diritto di autodeterminazione dei popoli russi, per cui a lungo, sotto la stessa bandiera, si sono ritrovati popoli, genti e tribù estremamente diversi, che, spesso, mal sopportavano la loro convivenza coatta.

A Ovest, i polacchi hanno sempre lottato aspramente per la propria sopravvivenza, schiacciati tra le mire espansioniste dello zar da un lato e quelle prussiane dall'altro; gli ucraini, i moldavi e i bielorussi hanno rivendicato con tenacia la loro atavica libertà di popoli slavi, sacrificata in nome del fatto che il potere russo centrale non poteva rinunciare alle loro abilità contadine e alle immense distese di grano. A Nord, i popoli baltici hanno mantenuto la loro dignità, incrollabile e dura come il legno delle loro foreste. A Sud, i caucasici hanno forgiato il loro carattere nella consapevolezza di essere genti di confine, stranieri, e dunque nemici, per gli uni (i russi) e per gli altri (gli ottomani).

La generosità. La generosità di chi, nelle difficoltà e nella povertà, sa trovare la forza di reagire e continuare a vivere. La Russia raccontata da Pasternàk è quella immediatamente successiva all'abolizione della servitù della gleba. Un paese dunque, dove la diseguaglianza sociale era ancora enorme, nel quale una ristretta cerchia aristocratica e alto borghese aveva in mano il potere politico ed economico del paese, ed era sorda rispetto alle istanze delle minoranze, dei contadini, degli operai e degli studenti.

TrinceeAncora alle soglie dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, lo zar era il baluardo, in Europa, dell'assolutismo più intransigente. In seguito alla domenica di sangue del 1905 e al manifesto d’ottobre, egli aveva concesso la Duma, un'assemblea legislativa elettiva a suffragio universale. La sede di tale assemblea era il palazzo di Tauride, la splendida villa in stile palladiano pensata dall'architetto Stosov dove più tardi, nel 1918, nacque il partito comunista russo.

Costruito tra il 1783 e il 1789, in onore di Potemkin, per aver sottratto la Tavria agli ottomani, durante la guerra di Crimea, il palazzo era ricco di bellissimi arredi, affreschi, stucchi dorati e lampadari di pregevolissima fattura. Era una bellezza estrema e opprimente, cosiccome fu soffocante la continua intromissione dello zar nei lavori dell’assemblea, fino a esautorarla di ogni potere e trasformarla in una riunione di membri delle classi più abbienti.

Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l'intera Europa si ricoprì di lunghe ferite grondanti sangue: le trincee. Centinaia di uomini, ammassati, attanagliati dalla continua paura di morire e costretti a vivere in questi lunghi solchi, larghi pochi metri. Nell'impero russo, per la guerra, furono mobilitati circa 12 milioni di uomini, male armati e disastrosamente riforniti.

In due anni di guerra, le perdite umane furono circa 4 milioni e la popolazione civile fu ridotta in condizioni di miseria assoluta. Tra il 1915 e il 1917, infatti,  in Russia, si registrò il più alto numero di scioperi e di diserzioni rispetto all'intera Europa. La miccia per la rivoluzione era ormai accesa.

Non si hanno immagini della rivoluzione d’ottobre, che diede inizio all’Unione Sovietica, ma nell'immaginario comune sono entrate le sequenze del film Ottobre di Ejzenštejn, in cui è rappresentata la folla all'assalto del Palazzo d'Inverno di Pietrogrado, futura Leningrado.

Presa del Palazzo d'InvernoIl palazzo, che domina la piazza da un lato e il fiume Neva dall'altro, era il simbolo del potere e dello sfarzo zarista. Tipico esempio di arte barocca, fu costruito su progetto dell’italiano Bartolomeo Rastrelli, e fu dipinto di bianco e di verde. Al suo interno contiene beni e arredamenti d’inestimabile valore, come nel caso della Sala del Trono, del Salotto di Malachite o del Salotto d'Oro. Dal 1764, inoltre, per volere della zarina Caterina II, gran parte del palazzo ospita il museo dell'Ermitage, ancora oggi una dei luoghi più visitati in tutta la Russia. Nel 1918, al termine della prima fase della rivoluzione, Lenin, nel timore di attacchi nemici, spostò la capitale da Pietrogrado a Mosca. In fondo, la storia della Russia si muove su due grandi ossessioni: avere uno sbocco sul mare Mediterraneo e tenere lontani i nemici dal proprio cuore, politico e sociale. Entrambe, non è un caso, riguardano il rapporto tra il popolo e il proprio territorio.

(articolo a cura di Emiliano Marzinotto)

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