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In un periodo come il nostro, in cui la religione torna ad avere grande influenza su scelte etiche e comportamentali, ha senso pensare a un sentimento religioso che non implichi la fede in questo o quel Dio? Ronald Dworkin, nel suo saggio Religione senza Dio (Il Mulino), ritiene senz'altro sia possibile.

È mai possibile concepire una Religione senza Dio, come recita il titolo del provocatorio, ultimo saggio di Ronald Dworkin, edito recentemente dalla Casa Editrice il Mulino?
A parere del filosofo statunitense la risposta a un tale interrogativo non può che essere senz'altro positiva. A suo dire, infatti, la spiritualità non deve ridursi meramente a qualsivoglia genere di teismo e − se religiosità significa essere affratellati da una visione del mondo per la quale "la vita umana ha uno scopo e l’universo ha un ordine" − allora occorre abbandonare la distinzione "troppo rozza" che viene comunemente fatta tra chi crede e chi non crede in Dio. Quindi, in quest'ottica, anche il termine ateismo-religioso potrebbe non risultare più un ossimoro: una contraddizione di termini. Tant'è vero − nota a tale proposito l'autore − che moltissimi atei, pur non ammettendo un creatore o una divinità personale, si sentono legati (e la parola religione, etimologicamente, esprime appunto l’essere uniti insieme e al contempo l’aver cura) da un profondo rispetto per il cosmo e per l'esistenza umana, nonché da un senso di grata meraviglia che essi suscitano in loro.
Dworkin ritiene dunque paradigmatici dell'autentico atteggiamento religioso due principi basilari: credere nel "significato intrinseco della vita" nonché nella "bellezza intrinseca della natura". Ciò dovrebbe implicare per l'uomo il saper cogliere in esse un valore che, pur caratterizzandole, al contempo le trascende. Questo perché, a suo avviso, la vera religiosità rifiuta il mero naturalismo che relativizza ogni statuto etico, ogni spinta morale. Ritenere invece vi siano valori fondanti a cui credere − per fede, o adesione fiduciosa in essi − non sarebbe consenso ingenuo secondo Dworkin, che sottolinea come persino gli scienziati agnostici credano in qualcosa di non esperienziale/sperimentabile; se non altro negli assiomi matematici, i quali non si possono certo dimostrare/giustificare mediante autoreferenzialità alcuna. Ai postulati di base − siano scientifici o, appunto, religiosi – semplicemente ci si affida, ritenendoli validi, a motivo di una "convinzione sentita e ineludibile".
Rispetto ai valori, tuttavia, credere in essi implica qualcosa in più, poiché convincimenti di tal fatta devono coinvolgerci nel profondo: persuaderci a livello emozionale o del cuore, come si sarebbe detto un tempo. Ad esempio, ritenere malvagia e da aborrire ogni forma di crudeltà è, per Dworkin, idea/prassi religiosa che non comporta preventiva teorizzazione o razionalizzazione per essere accettata. Ovviamente, si astiene dalla crudeltà considerandola un male pure chi non fa riferimento ad alcun Dio, né ai suoi comandamenti. Anzi, potremmo asserire che l'ateo-religioso trova all'interno del proprio animo le norme di condotta da seguire piuttosto che in questo o quel libro sacro. Ciò detto senza nulla contestare a quanti ritengano esse derivino la loro cogenza dall’essere state istituite da una divinità.
Un'obiezione che potrebbe venir sollevata in merito a tale prospettiva/sensibilità religiosa a prescindere da Dio, è che quest'ultima presenta marcati tratti irrazionalistici e non si discosta dal cosiddetto panteismo, cioè da quella concezione filosofico-spirituale per cui l’universo stesso sarebbe divino e degno di reverenza/venerazione giusto in quanto tale. Ma Dworkin in primo luogo difende a spada tratta la libertà/liceità di nutrire una credenza condivisa in ciò che esula dalla logica/razionalità tradizionalmente intesa; ed in secondo luogo si chiama fuori da ogni ambito panteistico, sostenendo che la natura può esser considerata “numinosa” senza che in essa abiti alcun Dio: né personale, né impersonale.
E suggerisce quanto segue per distinguere chi nutre un atteggiamento religioso da chi ne è privo: "Il sostenitore del naturalismo vede la totalità dell’universo come un ammasso di gas ed energia di dimensioni non calcolabili. La religione, al contrario, la vede come un ordine complesso e profondo che risplende di bellezza". Però egli non cerca affatto di chiarire cosa sia in sé bellezza, utilizzando piuttosto tale immagine come una metafora in grado di far riferimento a una dimensione esistenziale/contemplativa altra, e a un oltre rispetto alla mera fisicità. Ed il suo è un implicito invito a meditare sul fatto che forse davvero: "la religione è più profonda di Dio"; o comunque che essa va ben oltre ogni nostro riduzionismo teologico, ogni nostro vano tentativo di padroneggiare la verità cui allude.

(articolo a cura di Francesco Roat)

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