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Jhumpa Lahiri, Premio Pulitzer e membro dell'American Academy of Art and Letters, studia l'italiano da vent'anni. Sul suo rapporto d'amore con la nostra lingua ha scritto un libro, "In altre parole" (Guanda), e ne ha parlato in un incontro al Salone del Libro di Torino.

Di famiglia indiana, nata a Londra e cresciuta negli Stati Uniti, Jhumpa Lahiri si fece notare da pubblico e critica sin dal suo esordio: alla raccolta di racconti L'interprete dei malanni, che si aggiudicò nel 2000 il Premio Pulitzer per la narrativa, seguirono L'omonimo (2003), Una nuova terra (2008) e La moglie (2013). Quattro fortunati libri, tutti scritti in inglese.

La scrittrice afferma di aver sempre provato un "vuoto linguistico": "non appartengo al 100% a nessuna lingua", ha sottolineato in occasione della presentazione, tenutasi al Salone del Libro di Torino, di In altre parole, pubblicato da Guanda nel gennaio di quest'anno.

Infatti, sebbene la sua lingua madre sia il bengalese, paradossalmente è proprio questa la lingua che la Lahiri sente più debole: la parla solamente con i suoi genitori, non la sa leggere né la sa scrivere, non pensa neppure in bengalese – e questo è uno dei segnali forse più forti del fatto che non si senta una lingua come propria.

La padronanza dell'inglese non coincide con l'appartenenza: se a Calcutta i parenti le si rivolgono in inglese, negli Stati Uniti le viene chiesto "Lei parla inglese?". Da questo senso di costante straniamento – che arriva a definire "una ferita angosciante"– nasce il desiderio, il bisogno di imparare una terza lingua e conoscerla a fondo, "tutta intera".

In In altre parole, scritto direttamente in italiano, Jhumpa Lahiri racconta la storia d'amore tra lei e la nostra lingua, dal primo viaggio a Firenze ai tempi dell'università fino al trasferimento a Roma nel 2012. Condivide ricordi, ripercorre il percorso che l'ha portata a migliorare sempre più – grazie a validi insegnanti, ma soprattutto ai libri di Moravia e Pasolini, alle poesie di Saba, Ungaretti e Quasimodo: "è eccitante quanto frustrante leggere in italiano, ci metto anche un mese a finire un romanzo", confessa la scrittrice – fino a raggiungere il suo obiettivo. Parlare e scrivere in un italiano fluido e impeccabile, sì, ma più di tutto "liberarsi dalla prigione dell'identità": "il viaggio linguistico è diventato percorso di vita e indagine su me stessa, scoperta interiore".

Jhumpa Lahiri al Salone di TorinoNon si spaventa (almeno, non più) delle imperfezioni, delle limitazioni che sempre resteranno a chi non è madrelingua. Nel suo "togliere il superfluo" ed adottare uno stile scarno ed essenziale ci sono pure la libertà, l'audacia e il senso di protezione che solo l'italiano le dà: non avrebbe mai scritto questo libro in inglese, così come non avrebbe osato, in inglese, aprire un libro con una frase breve e lapidaria come Voglio attraversare un piccolo lago.

La Lahiri sostiene sia stato il destino, a scegliere per lei: "l'italiano mi aspettava". Ed è il destino a riportarla prossimamente in America, dopo tre anni trascorsi nel nostro Paese. Si dice preoccupata perché non riuscirà più a praticare quotidianamente l'italiano; si dice motivata a continuare sulla strada percorsa sinora, in un perenne apprendistato linguistico. E conclude con una vera e propria dichiarazione d'amore nei confronti della lingua italiana: "Se non parlo in italiano sto male. La mia vita, in inglese, non ha lo stesso effetto".

(articolo a cura di Elisa Gelsomino)

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