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Nessuno può certo insegnarci in quale modo vivere, né come invecchiare con serenità. Però se un'autentica ars vivendi implica la consapevolezza della nostra comune finitudine, accettarla porta ad abbracciare l'esistenza nella pienezza delle sue stagioni: infanzia, giovinezza, maturità e vecchiaia.

Già solo il titolo del saggio del filosofo tedesco Wilhelm Schmid, "Serenità. L'arte di saper invecchiare" (Fazi Editore), è propositivo e al contempo pretenzioso, giacché trovare un equilibrio ottimale nella vita adulta non è mai facile per nessuno. E raggiungerlo durante l'ultima fase della nostra parabola esistenziale può apparire ancora più arduo; specie in una società/epoca come la nostra, in cui la vecchiaia è considerata quasi alla stregua d'una malattia e l'imperativo categorico del terzo millennio è dover apparire sempre dinamici, produttivi ed efficienti: ossia giovani. Così purtroppo, molti di coloro che hanno varcato o stanno per varcare la soglia della cosiddetta terza età (più o meno intorno alla sessantina), iniziano ad ingaggiare un'estenuante quanto futile lotta contro l'invecchiamento ricorrendo, fra le altre, alle armi della chirurgia estetica. Una battaglia, ovviamente, destinata ad esser persa a priori. Ma se al contrario, come suggerisce Schmid, si trattasse di riappacificarsi con la propria età, praticando una vera e propria: "art of aging invece dell’antiaging", ovvero un'arte di vivere al meglio il rapporto con la senescenza e con le inevitabili difficoltà che essa comporta?

Si tratta dunque di accettare un dato reale: esistono varie fasi nella vita, ognuna delle quali non solo prevede insieme aspetti buoni e meno buoni, ma nessuna deve esser valutata come la migliore o la peggiore; quindi è assai deleteria l'idea di ritenere significative/feconde solo alcune fasi (ad esempio la giovinezza o il periodo dell'età adulta), svalutandone altre (nel nostro caso quel più o meno lungo periodo costituito dalla vecchiaia). Non esiste un manuale o un prontuario che ci fornisca le strategie grazie a cui trascorrere in maniera ottimale la senescenza, ciò è scontato; già l'aveva compreso Seneca nel I secolo d.C., sottolineando come "bisogna imparare la vita per tutta la vita". Tuttavia potrebbe esser di giovamento guardare alla vecchiaia attraverso un'ottica diversa; magari tramite quella che vede in essa: "il tempo della pienezza e della completezza", all'insegna cioè di una maturità davvero consapevole e saggia, per cui si comprende che trovarsi in profondo accordo con l'esistenza costituisce: "la disposizione d'animo che distingue fondamentalmente la tranquillità". Ciò implica inoltre il divenir capaci di permettere che le cose accadano o, detto in altri termini, farsi disponibili a: "lasciare andare tutto ciò che non può più restare".

Questa è la grande lezione che un sano approccio alla senilità offre ad ogni persona che sta invecchiando. Insegnamento coniugato a un'auspicabile maggiore leggerezza nei confronti del quotidiano; cosa che include il saper tollerare i dispiaceri, ma al contempo apprezzare i sia pur piccoli piaceri che ogni giorno porta con sé. Anche quello dell'ozio e del tempo libero, che consente all'anziano di dedicarsi a quanto ancora interessa o stimola. Con tutti i limiti che solitamente l'età porta, ad esempio, a settant'anni non potrò mai raggiungere le stesse prestazioni sportive di un ventenne. Ma serenità significa pure rendersi conto che la nostra finitudine ha sempre a che fare col limite, con l'impermanenza e col venir meno. Vi è, alla base di tal modo di porsi, una sorta d'equanime accoglienza nei confronti dell'hic et nunc (il qui e ora), di un presente da non proiettare nel futuro − che magari sarà per alcuni molto breve, a causa delle patologia cui l'età avanzata è fatalmente esposta – o da avversare rifugiandosi nella sterile nostalgia di un passato, che appunto non esiste più.

Certo, soprattutto per chi deve fare i conti con gli ultimi decenni o anni della vita, accettazione equivale a sopportazione, in quanto è necessario tollerare perdite, acciacchi e il venir meno della prestanza d'un tempo in vari ambiti. Però giusto questo è il compito di cui farsi carico ad una certa età (e forse ad ogni età: sempre minacciata da malattie, delusioni o sconfitte), giacché – sottolinea Schmid –: "non è affatto in mio potere sospendere la polarità della vita, ossia la tensione tra il suo lato positivo e quello negativo, senza la quale non esisterebbe". Considerazione questa di fondamentale importanza nella Weltanschauung o visione del mondo del filosofo tedesco, che si apre financo a considerare la possibilità, dopo la morte, di aprirsi a una sorta di metafisica: "dimensione infinita, che si dischiude al di là della sua finitezza". Va da sé che ipotizzare simili prospettive esula dall'ambito razionale dell'impianto su cui si regge tutto il saggio di Schmid. Ma non spiaccia una siffatta apertura, indice d'una sana tendenza a non chiudersi entro i confini angusti di una speculazione che non ammette trascendenza o ulteriorità rispetto a quanto logica e scienza oggi sostengono.

(articolo a cura di Francesco Roat)

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