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L'antologia "Piccolo Atlante Celeste. Racconti di astronomia" curata da Giangiacomo Gandolfi e Stefano Sandrelli, Libro del Mese di giugno 2015, ci fa guardare il cielo, le stelle ed i pianeti in tutti i modi possibili: da una buca, con il naso all'insù, come Ciàula, nella famosa novella di Pirandello, oppure attraverso gli schermi di una navicella, a due passi dal Sole, come nel brano tratto da Le auree mele del sole, di Ray Bradbury. Forse, rimane una sola esperienza da descrivere, un solo testo da inserire: il resoconto dello sbarco sulla Luna da parte dell'uomo, avvenuto il 21 luglio 1969.

La Luna si trovava a 388.655 km dalla Terra ed era prossima al primo quarto. Erano le 20:18 minuti del 20 luglio 1969. Il Lem, con all'interno gli astronauti Armstrong e Aldrin, toccava il suolo lunare, circa 7 km lontano dal punto previsto. Eppure, fu una manovra necessaria e riuscita con grande successo, per evitare che l'allunaggio avvenisse su un territorio scosceso e pieno di insidie. Appena toccato il suolo lunare, una nuvola di polvere avvolse la navicella. In quel momento, la loro posizione era circa 1/2° di latitudine Nord e 23° e mezzo di longitudine Est, nel cosiddetto Mare della Tranquillità, una pianura coperta di sassi e polveri color asfalto, circondata dalle rovine di antichissimi crateri. A sud, invece, si scorgeva un crepaccio sottile e dalla forma regolare.

Poi, dopo oltre 5 ore, alle 2:56 minuti del 21 luglio 1969, finalmente, la discesa sul suolo lunare: quel piccolo passo per l’uomo, ma grande per l’umanità, lo scatto di alcune fotografie, la raccolta dei cosiddetti campioni di emergenza, grazie ad un bastone-pinza, posizionato sulla fiancata del Lem, insieme all'attrezzatura per l'esplorazione. Armstrong notò che la superficie lunare era soffice, tuttavia le pietre vi aderivano perfettamente. Con qualche sforzo, raccolse alcune di queste pietre e su di esse notò alcune forme di cristallizzazione, simili a piccole bollicine.

Sopra di loro, ad oltre cento chilometri di distanza, Collins, il terzo astronauta, rimasto sull'Apollo 11, non riusciva ad osservare i suoi compagni, approdati sul suolo lunare, ma era affascinato da quella serie di sfumature nere, grigie e brune che provenivano dalla Luna. Inoltre, sotto di sé, riuscì a veder passare la sonda sovietica Luna 15, arrivata tre giorni prima, senza però arrivare all'impresa dell'allunaggio: gli Stati Uniti avevano vinto la sfida dello spazio.

AllunaggioErano i favolosi anni ’60. Le morti di Marilyn e John F. Kennedy avevano messo in crisi i sogni di ricchezza, prosperità, bellezza e pace, nei quali gli americani avevano creduto negli anni successivi la Seconda Guerra Mondiale. Dopo alcuni timidi riavvicinamenti tra lo stesso Kennedy e Chruščëv, la guerra fredda era tornata a segnare le sorti del pianeta, in particolare quelle del Vietnam e del Sud-Est asiatico. Nella società americana, e per un effetto domino, in tutte le società occidentali, si era aperta una lacerazione sociale, che era soprattutto scontro generazionale, e che era destinata a cambiare la società occidentale in modo irreversibile. C'è un film che  riassume meglio di ogni parola quel periodo: Il laureato di Mike Nichols. La scena finale, in particolare: i due giovani innamorati, Benjamin e Elaine, che fuggono in autobus, e le loro espressioni che cambiano repentinamente dal sorriso alla serietà, sono la rappresentazione della disobbedienza, della rottura col passato ed il conformismo. Ma è una fuga inconsapevole e priva di un valido e reale progetto.

Neil Armstrong, un quarantenne mite, garbato e schivo riuscì a rappresentare un punto di contatto tra le diverse generazioni. In lui, riviveva il sogno americano, e trovavano piena realizzazione lo sforzo, la tenacia, il coraggio, la volontà dei coloni americani che, palmo dopo palmo, avevano conquistato il West mentre, nella sua impresa, le nuove generazioni intravedevano la possibilità di un nuovo mondo, felice, libero e pacifico.

(articolo a cura di Emiliano Marzinotto)

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