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In soli ventinove anni di vita, prima di essere inghiottita come Anna Frank dall'abisso di un campo di sterminio, Etty Hillesum (1914-1943) ci ha lasciato un eccezionale tesoro di pensiero sulla vita perseguitata, su Dio, sul male e sulla bellezza.

Molti ancora, in Italia, non conoscono Etty Hillesum, né sanno cosa abbia rappresentato la sua testimonianza intorno a uno fra i periodi più bui di tutto il Novecento. Intendo parlare dell'Olocausto: della persecuzione nazista antisemita a cui la giovane donna – pur potendolo – non volle sottrarsi per condividere fino in fondo, assieme ad altri milioni di ebrei, il tragico destino del proprio popolo attraverso una scelta coraggiosa, purtroppo oggi ancora poco nota persino nel suo Paese natale, l'Olanda, dove durante l'occupazione tedesca la giovane decise di recarsi volontariamente quale assistente sociale nel campo di concentramento di Westerbork, da cui verrà poi trasferita ad Auschwitz, per morirvi nel 1943.

A cent'anni dalla nascita di questa eccezionale figura di ebrea olandese, Emanuela Miconi ha scritto un saggio, intitolato "Etty Hillesum. La forma perfetta" (Ed. Il Margine), che si incentra sulla visione del mondo e sulla scrittura di Etty, la quale non fu certo una mera vittima passiva del tentato genocidio nazista. In primo luogo per averci tramandato attraverso il suo diario e numerose lettere una delle cronache in presa diretta più toccanti sull'universo concentrazionario; e avendo inoltre saputo testimoniare valori quali solidarietà, rispetto ed empatia in un inferno, quello del lager, dove ogni speranza nell'uomo pareva bandita. La Hillesum, infatti, a Westerbork non cessa mai di essere soccorrevole con tutti, anche nei momenti più drammatici, come alla vigilia delle partenze settimanali dei vagoni blindati per Auschwitz. Le sue armi contro la barbarie razzista sono virtù quali la compassione: letteralmente quel soffrire insieme grazie a cui Etty dà ricetto nel proprio cuore al dolore altrui; la semplicità: rivolta a cogliere ciò che vi è di genuino ed essenziale nei rapporti; infine l'indignazione: che non è odio nemmeno per i carnefici, ma una ripulsa attiva fatta di un impegno quotidiano ad arginare ingiustizia e violenza.

Attenzione però a non trasformare questa coraggiosa testimone dell'Olocausto in una specie di suora-laica nonostante la sua profonda spiritualità, benché aconfessionale. Quasi non fosse bastata nel dopoguerra la polemica tra ebrei e cristiani per contendersi l'eredità della sua filosofia di vita. Etty Hillesum è stata semmai una donna tenacemente libertaria, anticonformista e per nulla incline a qualsivoglia forma di dogmatismo. Lo testimonia soprattutto – come sottolinea la Miconi – il puntualissimo diario, dal quale emerge un autoritratto di giovane intellettuale inquieta alla ricerca della propria e dell'altrui autenticità; dedita a un costante scavo introspettivo ma anche sempre disponibile ad aiutare la gente, specie una volta varcati i cancelli di Westerbork. Una donna la cui breve parabola esistenziale si presenta all'insegna più dei paradossi che delle coerenze. Una giovane gioiosa e sensibile, che vive intense relazioni erotiche ma insieme si apre a un colloquio familiare con Dio. Un'aspirante scrittrice proveniente da un ambiente che non professa alcuna fede religiosa ma testimonierà sino alla morte il suo statuto di ebrea. Ancora: la Hillesum nel lager è tutta dedita al prossimo sofferente, ritirandosi però sempre più spesso in silenziose meditazioni e soprattutto nella scrittura. Perché questa è la segreta ambizione di Etty: riuscire a diventare una scrittrice; trovare le parole per dire l'indicibile della disumanità d'un lager nazista e al contempo per esprimere il suo meravigliato stupore rispetto a tutto quanto ciò che di bello esiste al mondo. Valga, a mo' d'esempio, questo stralcio di lettera inviata dal Campo qualche mese prima della partenza per Auschwitz: "Il cielo è pieno di uccelli, i lupini violetti stanno là così principeschi e così pacifici […] il sole splende sulla mia faccia e sotto i nostri occhi accade una strage, è tutto così incomprensibile”.

Una scrittura che è allo stesso tempo testimonianza, j’accuse e invito a non smarrire mai la memoria individuale e collettiva proprio quando molti deportati, per sfuggire all'angoscia, tentavano ossessivamente di rimuovere finanche l'idea d'essere in un lager, finendo per illudersi sul proprio destino, come fecero gli stessi genitori di Etty, convinti sino all'ultimo di poter scampare ad Auschwitz. Comunque ritengo che solo per i posteri sia davvero imperdonabile scordare/negare l'Olocausto (e Primo Levi l'ha ben stigmatizzato); si pensi solo a quanti, dopo la fine della II guerra mondiale, hanno osato sostenere che i campi di sterminio non erano tali o a quanto si basi anche sulla misconoscenza del passato l'adesione a movimenti neonazisti da parte di molti giovani tedeschi.

Certo, pure la Hillesum ha talvolta la sensazione di soccombere all'orrore. La sorregge il senso di responsabilità. Poiché – insegna Lévinas – l'individuo non è responsabile appena delle proprie azioni, ma di tutto ciò nel quale è coinvolto. Rimane aperto l'interrogativo su come Etty sia riuscita a non perdere il suo entusiasmo per la vita e soprattutto la sua fiducia negli uomini. Qui senza dubbio entra in gioco la sua eccentrica dimensione/concezione spirituale all'insegna dell'amore verso tutto e tutti. Una religiosità – analoga a quella espressa da Hans Jonas e dalla cosiddetta teologia del dopo Auschwitz – che, nel non riconoscere più l'onnipotenza di Dio, coglie giusto nella debolezza divina la sua più significativa peculiarità. Così, ci ricorda Emanuela Miconi, per la Hillesum anche Dio va aiutato serbandolo nel nostro cuore: affinché pietà, morale e bontà non abbiano a scomparire dall'umano orizzonte. Solo sorretta da quest'amore e da quest'etica Etty riuscirà a trovare la forza – "sulla soglia dei campi della morte" − d'annotare quanto potrebbe essere la cifra della sua fede e della sua testimonianza: "arrivo sempre alla stesa conclusione: la vita è bella. E credo in Dio. E voglio stare proprio in mezzo ai cosiddetti «orrori» e dire ugualmente che la vita è bella".

Gran parte delle lettere (datate 1942-1943) di Etty furono scritte nel campo di Westebork. Esse ci consentono di seguire il destino di questa esemplare vittima dello sterminio fino alle sue ultime testimonianze scritte; fino a quella cartolina postale, gettata fuori dal treno per Auschwitz, con il suo intrepido messaggio: "Abbiamo lasciato il campo cantando".

(articolo a cura di Francesco Roat)

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