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Accade sempre più spesso di trovarsi tra le mani nuove pubblicazioni che, pur avendo una qualche dignità narrativa, mostrano una tale quantità di refusi da far accapponare la pelle. E in una situazione di mercato divisa tra auto-pubblicazioni e case editrici, a ben notare, la presenza dei refusi è totalmente bipartisanCiò che sconvolge, oltre alla quantità, è spesso la qualità degli stessi refusi, che in qualche caso si fatica a non chiamare errori o piuttosto orrori...

Quello che sconvolge ancora di più è l'assuefazione ai refusi comunemente diffusa, ci si è talmente abituati alla loro presenza, che si è data vita all'assurda teoria che essi siano ineliminabili o "normali". Ma lo si vedrà tra poche righe.

Nel caso dell'autopubblicazione, si è ormai diffusa la consapevolezza che chiunque possa pubblicare, senza avere l'umiltà di investire un minimo, e seriamente, nella qualità e nella revisione del testo (chi glielo fa fare di spendere soldi per editor? Si vende talmente poco...).

Nel caso dell'editoria, troviamo sempre più case editrici formato stamperia, che non promuovono testi e non fanno editing accurati (né buone correzioni di bozze). Viene da chiedersi quale sia la loro effettiva utilità.

A far da contraltare, la presenza sempre più numerosa di presunti editor a nero, senza alcun titolo per svolgere quella che a tutti gli effetti è una professione e che, come tale, richiede competenze talmente accurate da non poter essere improvvisate. Dal momento che esistono lauree specialistiche sull'editoria, non può definirsi editor un autore di medio livello, così come un cartomante non può improvvisarsi psicologo. Essere bravi autori, saper scrivere, non coincide con il saper correggere.

Il risultato è in nuove produzioni handicappate, che non reggono il confronto con i libri curati dalle case editrici o coi classici dei nostri antenati, perfetti sotto ogni punto di vista.

Altro risultato, peggiore del precedente, è che, come già detto, si è creata una sorta di assuefazione al refuso. Si è diffusa l'idea che sia normale trovarlo, che sia inevitabile. E a rimetterci è il livello culturale di questo Paese. Autori e lettori diventano cosi vittime di un mercato perverso dove l'importante è vendere la qualunque, non la qualità.

Ed ecco che tutto diventa banale refuso, persino un "glielo detto" o una doppia saltata, o ancora una virgola tra soggetto e verbo. Tutto è lecito e consentito, tutto è trascurabile, si fatica a definire errore ciò che è tale e non può essere definito altrimenti. Si è creata inoltre una complicità silente tra gli autori e tra gli autori e i lettori, che nel valutare un testo tacciono la presenza di refusi.

E se manca la revisione del testo, figurarsi se non manca un editing di livello superiore, che curi il ritmo del testo, la fluidità dei periodi, la coerenza dei passaggi.

Quando si scrive è lecito sbagliare. Quando si pubblica un testo che deve aspirare alla perfezione sintattica e grammaticale, no. Può succedere, ma non può diventare la norma. Ed è bene iniziare a rendersene conto, autori, case editrici e recensori.

(articolo a cura di Giovanni Garufi Bozza)

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