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Il Libro del Mese di agosto 2015, La fiera della vanità di W. M. Thackeray, ha ispirato non solo nel titolo, ma anche nei contenuti numerosi periodici pubblicati in America e Gran Bretagna a partire già dalla metà del XIX secolo, di cui quello alquanto celebre tutt'oggi pubblicato e diffuso anche in versione digitale. Le vicende editoriali delle varie versioni di riviste intitolate Vanity Fair risultano davvero molto interessanti.

Innanzitutto l'idea di una fiera della vanità non era nuova alla letteratura inglese ed anzi per il lettore contemporaneo di Thackeray il riferimento a John Bunyan doveva risultare più che immediato, se è vero che l'opera di questi The Pilgrim’s Progress ("Il pellegrinaggio del cristiano", anche "Il viaggio del pellegrino") era considerata il secondo libro di religione per importanza dopo la Bibbia nel Regno Unito. L'opera di Bunyan, teologo e predicatore inglese del XVII secolo, pubblicata nel 1678, è da considerarsi la più grande allegoria cristiana della letteratura inglese, paragonabile a quello che per l'Italia è la Divina Commedia di Dante Alighieri, anche se solo per struttura e non per finalità. Il peccatore di Bunyan comincia un percorso di redenzione che lo porta a trovarsi in numerose ambientazioni simboleggianti i più svariati peccati, tra cui la cosiddetta Fiera delle Vanità, un luogo creato dal diavolo per irretire l'uomo con narcisismo e vanagloria, peccati di cui il pellegrino deve liberarsi per poter continuare il suo viaggio verso la meta, cioè la salvezza dell'anima.

Thackeray dunque trovò spunto nella letteratura religiosa inglese, ma il suo romanzo divenne tanto importante e celebre, da ispirare numerose pubblicazioni successive. La prima rivista edita con il titolo di Vanity Fair apparve a New York a soli undici anni dall'uscita del romanzo, nel 1859. Si trattava di un settimanale di stampo umoristico-satirico a cui parteciparono numerosi collaboratori tra cui Fitz James O'Brien e Thomas Bailey Aldrich. La pubblicazione della rivista, che uscì per quattro anni fino al 1863, fu curata dal celebre illustratore e caricaturista americano Henry Louis Stephens, originario di Philadelphia (Pennsylvania).

A cinque anni di distanza dalla chiusura del settimanale statunitense, in Europa si cercò di ridare vita alla pubblicazione di una rivista intitolata "Vanity Fair" e questa volta l'esperienza durò molto più a lungo, valicando il XIX secolo. Il settimanale britannico, infatti, venne pubblicato dal 7 novembre 1868 al 5 febbraio 1914. Il suo fondatore, Thomas Gibson Bowies, ne fu anche il principale autore, spesso con pseudonimi, ma molti nomi celebri parteciparono e collaborarono con la rivista: tra tutti Lewis Carroll, Willie Wilde e Bertram Fletcher Robinson. L'elemento caricaturale del settimanale statunitense sopravvisse in quello britannico e lo rese celebre per le grandi immagini stampate a pagina intera. All'interno però si potevano trovare articoli di spettacolo, cultura e società che nella rivista americana non erano contemplati. Bowies scelse appositamente come sottotitolo "A weekly show of political, social and literary wares", dichiarando già dal titolo di voler pubblicare un settimanale di politica, società e letteratura, non solo di umorismo e satira.

La fortunata esperienza britannica della rivista spinse gli editori americani a pubblicare anch'essi un nuovo settimanale intitolato "Vanity Fair", senza alcuna parentela con quello europeo. L'edizione del settimanale fu curata dalla Commonwealth Publishing Company di New York a partire dal 1902, ma ebbe vita breve e fu terminata nel 1904, perché in quell'anno la società editoriale dovette dichiarare la bancarotta e fu chiusa. Tuttavia l’interesse per la rivista restò vivo nel mondo editoriale americano, tanto che nel 1913 si decise di tentare nuovamente la strada della pubblicazione di un "Vanity Fair", questa volta ad opera di Condé Montrose Nast. Questa esperienza fu ben più proficua e durò fino al 1936, affiancando un'altra grande produzione editoriale dello stesso editore, Vogue, che si era già imposta come la rivista di spicco nel settore dello spettacolo e della cultura. Il nuovo "Vanity Fair", infatti, si specializzò nella raccolta di annunci e nella promozione di eventi culturali e dello spettacolo, recensioni di libri e film, appuntamenti politici e sociali. Vittima della Grande Depressione, il numero di copie vendute da "Vanity Fair" calò drasticamente dopo il 1929 e nel 1935 l'editore dichiarò che la rivista sarebbe stata fusa con la prestigiosa "Vogue", cosa che avvenne l'anno successivo.

Si dovette attendere quasi cinquant'anni perché "Vanity Fair" riprendesse il proprio ruolo di spicco sugli scaffali delle riviste di cultura e spettacolo. Fu rimessa in vita nel 1983, dalla casa editrice fondata dopo la morte di Condé Montrose Nast, cioè la Condé Nast Publications. Le tematiche di spettacolo e società furono affiancate dalla moda e dalla cultura popolare, ottenendo molta presa sul pubblico di ogni età. L'edizione statunitense sbarcò in Europa negli anni Novanta, con la prima edizione britannica nel 1991 e le traduzioni in spagnolo e italiano a partire dal 1993. La grande diffusione della rivista in Italia fece propendere la casa editrice verso la creazione di una pubblicazione semi-autonoma con sede a Milano: Vanity Fair Italia nacque dunque nel 2003 e l'esperienza fu seguita da quella tedesca del 2007 (chiusa tuttavia dopo due anni), quella spagnola del 2008 e quella francese del 2013. L'ultimo impegno editoriale della Condé Nast Publications in relazione alla diffusione di "Vanity Fair" è la realizzazione, a partire dal 2015, dell'edizione per il Messico.

(articolo a cura di Francesco Gioia)

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