images/rubrica-letteraria/le-perversioni-femminili-secondo-louise-j-kaplen.jpg

Sulla scorta d'una ricca esperienza clinica, analizzando testi letterari, biografie famose e storie comuni, l'autrice cerca di dimostrare come le perversioni nascano dalla schiavitù che obbliga maschi e femmine ad adeguarsi ai ruoli sessuali e di genere.

All'inizio del terzo millennio ancora molti (forse troppi) sessuologi, psicologi e psichiatri persistono nell'inclinazione/coazione ad incasellare i comportamenti sessuali anomali, etichettandoli entro questa o quella categoria nosologica. Ma, in cosa consiste davvero una perversione? Non certo nel cosiddetto sesso spinto, nelle molteplici o eccentriche varianti erotiche che dei partner adulti e consenzienti abbiano deciso di sperimentare di comune accordo. Semmai ciò che caratterizza le autentiche perversioni è la fissità/ripetitività del loro porsi come atti non già opzionali ­­– frutto quindi di libera scelta – bensì obbligatori e irrinunciabili, pena l'impossibilità o l'assenza dell'eccitamento/acme sessuale. In altre parole, chi è malato di perversione non può fare a meno di esserlo, né di provare piacere erotico al di fuori del proprio teatro perverso. In assenza di tale scenario, infatti, compaiono impotenza, angoscia e depressione.

Ciò è quanto puntualizza la psicoanalista Louise J. Kaplan – nota studiosa di tematiche legate all'identità di genere – nel saggio intitolato "Perversioni femminili. Le tentazioni di Emma Bovary" (Raffaello Cortina Editore), dove l'autrice in primo luogo sostiene che ogni perversione sia, a suo avviso, una "strategia psicologica" al fine di superare conflitti infantili, la quale "richiede una performance" che può assumere svariate e peculiari modalità espressive: dalla pedofilia alla necrofilia, dal sado-masochismo all'esibizionismo. In ognuna di tali condotte (ma ve ne sono parecchie altre), dette anche parafilie, il protagonista: "sa solamente che si sente obbligato a compiere l'atto perverso e che, quando gli viene impedito di compierlo, prova disperatamente ansia, è in preda al panico, agitato, pazzo, persino violento".

Oltre a porsi come gesto stereotipato, coatto e ripetitivo, secondo la Kaplan quello perverso deve implicare almeno una delle seguenti caratteristiche, espresse all'interno di una condotta sessuale. L'uso di un oggetto inanimato allo scopo di raggiungere eccitamento/orgasmo. Il rapporto con esseri umani che preveda sofferenze e/o umiliazioni (siano esse reali o simulate). Un'attività erotica con un partner non consenziente. Comunque sia, la principale tesi sostenuta nel saggio è che le perversioni derivino dalle difficoltà (sorte durante un'infanzia traumatica/problematica) nell'adattarsi agli stereotipi di genere o gender: il modello/cliché culturale dei supposti connotati femminili e maschili­ –; e che dunque esse siano patologie identitarie e di ruolo, oltre che sessuali.

Qualcuno potrebbe obiettare che in Occidente, oggi, vi sia molta più flessibilità/libertà di un tempo rispetto alla rigidità di genere, ma la Kaplan osserva che ciò è vero solo in minima parte, giacché sia in ambito sociale che politico ed economico ­– per non tralasciare quello mass-mediologico – gli standard di ruolo sessuale seguitano a venire accettati e perpetuati. Tali ideali di gender, nota ancora l'autrice, vengono così interiorizzati dalla gente che: "maschi e femmine crescono nella convinzione che le iniziative intellettuali, i ruoli sociali e le posizioni sessuali che assumeranno da adulti dipendano dal destino biologico". E così prosegue: "se le perversioni maschili si manifestano in forma di atti sessuali proibiti che interpretano e caricaturano la performance genitale adulta, le corrispondenti perversioni femminili devono manifestarsi in comportamenti che interpretano e caricaturano un ideale femminile di genere".

Altra ipotesi basilare sostenuta dalla studiosa americana è che le donne abbiano avuto il privilegio d'esser state considerate assai meno perverse degli uomini solo perché le loro perversioni risultano in gran parte diverse da quelle maschili; tranne nel caso del masochismo: parafilia che si riscontra sia nell'uno che nell'altro sesso. Se dunque è vero che determinate perversioni sono specificamente tipiche dei maschi – nel senso tradizionale del termine – (quali ad esempio voyeurismo, esibizionismo, pedofilia, zoofilia), tutta una serie di altri comportamenti aberranti (sottomissione estrema, anoressia, cleptomania, piccole mutilazioni) non solo risultano messi in atto quasi sempre dalle femmine, ma debbono venire considerati e trattati come vere e proprie perversioni.

In ogni caso e qualsivoglia siano i ruoli che donne e uomini tendono ad assumere o mimare nelle loro condotte sessuali abnormi/patologiche, resta il dato sconcertante che esse: "incarnano in forma plateale proprio gli stereotipi di genere che la perversione pretende di sovvertire e minare". Ciò a dimostrazione del fatto che le parafilie non sono mai rivoluzionarie, destabilizzatrici, anticonformiste o anche solo libertarie, bensì purtroppo – sottolinea condivisibilmente la Kaplan – le perversioni: "conservano e commemorano quanto di più conservatore e reazionario vi è nello spirito umano".

(articolo a cura di Francesco Roat)

Se vuoi collaborare con la Rubrica Letteraria del Club del Libro, segnalarci iniziative interessanti o semplicemente comunicare con noi, scrivici a:

Mail