images/rubrica-letteraria/insegnare-a-vivere-manifesto-per.cambiare-educazione.jpg

Il celebre filosofo e sociologo francese Edgar Morin, in un saggio recentemente pubblicato da Raffaello Cortina Editore, illustra perché urge una riforma profonda dell'educazione, la cui finalità sia insegnare a vivere, permettendo a ognuno di sviluppare al meglio la propria individualità ma anche di prepararsi ad affrontare le incertezze dell'esistenza.

Il titolo del saggio Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione prende spunto da una massima di Rousseau tratta dall’Emilio, in cui l'educatore così afferma rispetto al suo discepolo: Vivere è il mestiere che voglio insegnargli. Colta all'insegna di questa notevole prospettiva, l'educazione scolastica di stampo tradizionale,  che si limita a far apprendere ai giovani una certa serie di conoscenze/competenze, ci appare subito non all'altezza d'un tale compito: inadeguata com'è a fornir loro la possibilità di misurarsi per davvero con quelli che Morin chiama "i problemi fondamentali e globali dell’individuo, del cittadino, dell'essere umano".

Infatti la tendenza attuale, in Francia come in Italia, è sempre più quella di ridurre l'educazione al mero conseguimento di competenze specifiche a scapito di quelle esistenziali, in ossequio all'ideologia tecno-scientifica imperante. Senza la minima consapevolezza che ogni tipo di conoscenza non è poi altro che un'interpretazione della cosiddetta realtà, giacché le verità definitive/oggettive e incontrovertibili sono solo chimere. Qual è allora l'urgenza primaria di una pedagogia davvero formativa? Secondo l'autore far in modo che i ragazzi e le ragazze si rendano innanzitutto conto che: "ogni decisione e ogni scelta costituiscono una scommessa"; ne consegue che insegnare a vivere implica il compito non agevole del saper affrontare le incertezze e saper misurarsi col pensiero complesso.

In antico, presso i greci, la filosofia (o amore per la saggezza) aveva una finalità precisa: imparare a ben condursi nella vita, interrogandosi non solo sul mondo e sugli uomini ma prima ancora sul modo in cui questi ultimi vedono e valutano cose ed accadimenti. Oggi, a scuola, la filosofia, lungi dal farsi inesausta interrogazione sull’esistere, si limita a ripercorrere la storia del pensiero filosofico ed in ogni caso è disciplina liceale, non trovando luogo in altri ambiti educativi. Mentre Morin auspica piuttosto che la filosofia divenga ad ogni livello scolastico: "motrice e guida nell'insegnare a vivere". Attraverso un modo di porsi cognitivo, il quale favorisca l'esercizio di una continua messa in discussione di quanto ritenuto scontato, indubbio o assiomatico, favorendo così la capacita critica e di pensiero.

Non si tratta di privilegiare un approccio/studio di carattere umanistico rispetto ad uno di tipo scientifico, bensì di rendersi conto quanto le pressioni tecno-economiche spingano il mondo scolastico a preferire le "conoscenze calcolatrici" o quantitative rispetto a  quelle riflessive o qualitative. Ma forse prima di ogni altro discorso occorrerebbe intendersi su cosa significa comprendere. Si danno due tipi di comprensioni, nota lo studioso francese: quella astrattamente intellettuale, spesso ridotta nelle nostre aule a nozionismo, e quella che Morin chiama umana, che non oggettivizza le problematiche o i campi d'indagine, ma richiede apertura dialogica, intersoggettività, coscienza della complessità e disponibilità ad accogliere il pensiero discorde altrui senza aprioristicamente deplorarlo/rifiutarlo. Consapevoli altresì che comprendere non significa spiegare tutto una volta per tutte, se vaccinati dall'arroganza di poter giungere a una conoscenza definitiva.

L'uomo, ci ricorda Morin, è un essere al contempo fisico e biologico, ma pure psichico e culturale (io aggiungerei: spirituale); quindi la sua realtà complessa è impossibile da cogliere attraverso la parcellizzazione dei vari (forse sin troppi) insegnamenti disciplinari e la disgiunzione tra cultura scientifica e umanistica. Occorrerebbe dunque rigenerare/rifondare l’educazione, tenendo soprattutto conto che per insegnare bene, come sosteneva Platone, c'è bisogno di una vocazione/dedizione amorosa, che richiede giusto una "missione personale" insostituibile e quanto mai indispensabile. Perché l'alunno non è un vaso vuoto da colmare mediante un sapere preconfezionato, non è un ignorante da indottrinare o istruire ma una persona con cui l'insegnante deve porsi in relazione paritaria.

L'insegnamento innovativo/alternativo infine, secondo Morin, dovrebbe condurci ad una nuova etica antropologica in grado di considerare la natura ternaria della condizione umana, che è costituita dall'essere un amalgama di individui, società e ambiente. Stante tutto ciò, all'inizio del nuovo millennio, per il Nostro si delineano due finalità, etiche e politiche insieme: giungere a una democrazia autentica, fatta di un controllo reciproco fra singoli soggetti e società e inoltre concepire l'umanità sempre più quale comunità globale a livello planetario. Perché l'insegnamento, conclude Morin: "deve non solo contribuire a una presa di coscienza della nostra Terra-patria, ma anche permettere che questa coscienza si traduca in una volontà di realizzare la cittadinanza terrestre".

(articolo a cura di Francesco Roat)

Se vuoi collaborare con la Rubrica Letteraria del Club del Libro, segnalarci iniziative interessanti o semplicemente comunicare con noi, scrivici a:

Mail