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Il corpo umano, Libro del Mese di Novembre 2015, ci conduce in una regione del mondo afflitta ancora da guerre e violenze. L'ondata di distruzione che la guerra provoca, ha colpito l'Afghanistan anche dal punto di vista storico-artistico: è questo il caso della devastazione delle due colossali ed imponenti statue dei Buddha di Bamiyan avvenuta nel 2001 ad opera dei fondamentalisti islamici talebani.

Le due celebri statue di Buddha della regione di Bamiyan, qualche chilometro a ovest di Kabul, furono realizzate intorno al V secolo scavando la roccia in due nicchie naturali della montagna, mentre intorno ad esse furono creati dei cunicoli che i monaci utilizzarono come celle abitative. Tra il VI e il IX secolo, i vari monaci che si succedettero abbellirono le pareti delle grotte con affreschi e arredi dai colori vivaci e sgargianti, i cui resti sono tutt'ora visibili ai turisti che si addentrano tra i corridoi di collegamento delle celle.

Le due statue del Buddha furono realizzate grezzamente scavando la roccia e poi rifinite con impasti di paglia e fango per creare le estremità corporee quali braccia e volto. Il contorno delle statue era percorso da grandi buchi, al cui interno trovavano alloggio pali in legno che sostenevano i paramenti e la maschera lignea di cui parla la tradizione. Di particolare rilievo in questo senso è la testimonianza del buddhista cinese Xuanzang, che descrive con dovizia di particolari i due colossi ammirati a Bamiyan durante un suo pellegrinaggio agli inizi del VII secolo.

Sebbene nel corso dei secoli alcuni regnanti fondamentalisti cercarono di abbattere le enormi statue, alte 53 metri la prima e 38 metri la seconda, nessun governo tra i tanti di fede islamica che si  succedettero dal IX al XX secolo  avvertì la necessità di distruggere questa testimonianza storico-artistica unica nel suo genere, tanto più che col passare del tempo gli afghani di fede buddhista via via scomparvero dal paese. Comunque, agli inizi del 2001, i fondamentalisti islamici talebani al potere decretarono l'idolatria delle statue, mettendo in piedi un processo iconoclasta degno degli imperatori bizantini dell'Alto Medioevo. Non soltanto i Buddha di Bamiyan furono oggetto di distruzione, ma qualsiasi rappresentazione iconica delle divinità presente sul suolo afghano.

La distruzione delle due statue fu attuata con perizia e ben poco resta oggi degli antichissimi monumenti, di cui fortunatamente si posseggono alcune rappresentazioni pittoriche e soprattutto fotografie. Per tentare di salvaguardarne i resti, comunque, nel 2003 l'UNESCO inserì il sito nella lista dei patrimoni dell'umanità, oltre che in quella dei patrimoni a rischio. Subito numerose organizzazioni e personalità si interessarono alle due statue distrutte: i governi statunitense e pakistano proposero di trasferirne i resti nei loro territori per salvaguardarli; al rifiuto del governo afghano, un gruppo di archeologi tedeschi fu incaricato di ricostruirle, anche se i lavori furono bloccati per numerose proteste insorte da parte di artisti, critici d'arte e restauratori, per le metodologie utilizzate.

Nel corso del primo decennio del XXI secolo il governo afghano propose un progetto innovativo e costosissimo all'artista giapponese Hiro Yamagata, il quale fu incaricato di realizzare una riproduzione dei due Buddha da proiettare con dei raggi laser all'interno delle nicchie. Il progetto si arenò, probabilmente per gli alti costi di realizzazione, così una coppia di ricchi cinesi propose un'idea ridimensionata, ma altrettanto importante. Nel giugno del 2015 è stato  finalmente possibile  proiettare olograficamente l'immagine del Buddha maggiore all'interno dell'alloggiamento che ne aveva ospitato la statua per oltre un millennio.

(articolo a cura di Francesco Gioia)

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