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Nelle dieci intense lettere raccolte in Lettere a un giovane poeta, Rilke ‒ uno dei maggiori poeti del Novecento ‒ si fa maestro di vita suggerendo a un giovane aspirante scrittore come trovare la propria autenticità, cui egli potrà avvicinarsi solo tramite un paziente lavoro introspettivo.

Vienna, inizio XX secolo. Il diciannovenne Franz Xaver Kappus ‒ allievo dell'accademia militare austriaca nonché aspirante scrittore ‒ venuto a sapere che Rainer Maria Rilke aveva frequentato in gioventù, sia pur per breve tempo, la scuola militare superiore a Mährisch-Weißkirchen, decide di inviargli per posta i propri primi componimenti poetici, sperando in un suo interessamento/giudizio benevolo. Dopo varie settimane, forse quando ormai Kappus non ci spera più, Rilke risponde. Sarà l'inizio di una corrispondenza annosa: di un reciproco scambio di testi epistolari che costituiscono la maggior parte del libro Lettere a un giovane, pubblicato dalla Casa Editrice Qiqajon nella pregevole traduzione di Lorenzo Gobbi.

Il tenore della risposta di Rilke spiazza il giovane Franz Xaver. Il grande poeta infatti non lo incoraggia né si permette di criticare i versi del futuro ufficiale asburgico, in quanto: "Non esiste nulla con cui si possa toccare così poco un’opera d’arte come le parole della critica". La lettera si propone piuttosto un intento di ben altro genere, insistendo sull'urgenza inderogabile – da parte di chi avverte in sé un’inclinazione verso la scrittura ‒ di raggiungere innanzitutto completa chiarezza su tale vocazione, poiché una poesia secondo Rilke "è buona" solo "quando è sorta dalla necessità". Una necessità a cui un poeta non può assolutamente fare a meno di conformarsi: scrivendo, appunto.

Ma l'autore del Malte non si limita certo ad invitare Kappus a far chiarezza sull'autenticità dei suoi propositi. L'intento è pure quello di suggerire un approccio alla scrittura non orientato dalla ricerca della (bella) forma, bensì inteso a testimoniare la più schietta esperienza esistenziale. E dunque, raccomanda Rilke: "si sforzi di dire, come se fosse il primo uomo a farlo, ciò che vede, sperimenta, vive e perde". Interessante la sottolineatura della perdita: cifra indicativa quante altre mai della nostra condizione di esseri contraddistinti dalla caducità e dall'impermanenza. Come non ricordare gli splendidi versi della Seconda Elegia duinese rilkiana: “Perché noi, sentendo, ci dileguiamo; ahimè noi / ci esaliamo e via; di brace in brace / noi mandiamo più debole odore.(…) Quale rugiada dall’erba nella prima mattinata / il nostro proprio svapora da noi, come il calore da un / piatto caldo.

Il cuore della prima lettera a Kappus però, sta forse nell’esortazione a non considerare mai banali i vissuti per quanto ordinari essi siano, giacché per un autentico scrittore alcun ambito o, come nota Rilke, “nessun luogo è povero o insignificante”. È l'accorato invito a vivere pienamente qualsivoglia situazione/condizione, ad apprezzare ogni circostanza ed ogni cosa, pur se in apparenza spiacevole o dolorosa. Sarà questa la grande lezione della Nona Elegia, allorché il poeta ammonisce: “Loda all’angelo il mondo, non l’indicibile, con lui / non puoi vantarti di un superbo sentire; nell’universo / dove egli sente più sensibilmente, tu sei un novellino. Perciò mostragli / il semplice, che, plasmato da generazione in generazione, / vive come una cosa nostra, vicino alla mano e nello sguardo. / Digli le cose.

Un invito reiterato nella seconda lettera (“Cerchi la profondità delle cose”) e anche nella quarta, in cui Rilke insiste proponendo a Kappus di restar sempre “fedele alla natura, a ciò che in essa è semplice, a ciò che è piccolo”; ma che all’improvviso può “crescere fino a farsi grande e smisuratamente vasto. Questo perché, nonostante l’opinione dei più, “tutto è importante”. Ed è davvero significativo come l’insistenza sull’opportunità di tenere in gran conto anche la più umile e modesta realtà oggettiva torni nella sesta lettera, dove si rimarca tale premura pedagogica, allorquando il poeta scrive: “cerchi di farsi prossimo alle cose, che non La abbandoneranno (…) ecco, tra le cose, tra gli animali, c’è tutto un pieno accadere, al quale Le è concesso di prender parte”.

Nella settima lettera si accenna inoltre ad un'ulteriore tematica: quella relativa al divino, qui colto in una prospettiva panteistica, o forse meglio panteistica, che vuole Dio sia/stia presente ovunque, rivelandosi soprattutto ovunque c'è vita, crescita, generazione. Dio viene da Rilke detto “colui che viene”, con espressione che ricalca quella di un altro sommo vate, Hölderlin, per il quale l’umanità dovrebbe attendersi der kommende Gott, il Dio a venire. Ma non si pensi ad una religiosità/spiritualità rilkiana meramente declinabile/riconducibile nel segno di un'ingenua fede speranzosa. L'amor fati, l'accettazione paziente del nostro destino che professa/propone il grande autore praghese è consapevole della difficoltà, direi anzi della tragicità che essa comporta. Eppure con quale suggestiva/allusiva metafora così egli interpreta gli ostacoli che paiono esserci d’impedimento nel cammino esistenziale: “Tutti i draghi della nostra vita, forse, sono principesse”.

Pazienza, introspezione, accettazione, accoglienza. Queste le risorse che Rilke ritiene indispensabili all’arte del vivere, più ancora che dello scrivere. E non ultima la solitudine interiore, che – come sottolinea Enzo Bianchi nella prefazione al testo ‒ non equivale a ripiegamento su di sé, né a fuga o a dispensa dal rapporto con l’altro, ma ad un concentrarsi sulla vita più profonda che è in ognuno di noi. Sul mistero, potremmo anche dire, che ogni irripetibile singolo essere incarna.

Postilla doverosa: Franz Xaver Kappus finì davvero col divenire pure lui poeta e romanziere, quantunque non eccelso come Rainer Maria Rilke; ma nel presentare ai lettori tedeschi (nel 1929) le dieci lettere di quest'ultimo, della propria persona e della propria vita non volle far parola in quanto, a suo dire: “là dove parla un uomo unico e grande, è bene che i piccoli tacciano”.

(articolo a cura di Francesco Roat)

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