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Se non è vero che Dio è morto ‒ come sosteneva Nietzsche ‒, oggi nell'Occidente disincantato sembra che non stia comunque troppo bene. Quale sarà dunque il suo destino? Cerca di figurarselo il noto teologo italiano Vito Mancuso in un saggio davvero intrigante, che fa riflettere, dal titolo Dio e il suo destino.

Vito Mancuso questa volta s'interroga sul futuro di Dio, che ‒ ormai oltre un secolo dopo l'annuncio di Nietzsche: Dio è mortosembra davvero essere scomparso dall'orizzonte culturale dell'Occidente; ovvero riflette intorno a: Dio e il suo destino, come recita il titolo del suo ultimo saggio, edito da Garzanti. Per chiarezza, tuttavia, va fatta subito una precisazione. Il noto teologo italiano, sin dal Prologo del testo, distingue tra Dio e quello che lui chiama invece Deus, figura: "a cui la mente occidentale generalmente si riferisce quando pensa il divino". Ma quali caratteristiche sarebbero proprie di tale essere?

Deus ‒ per Mancuso ‒ è innanzitutto quello biblico, indicato col tetragramma Yhwh e caratterizzato fondamentalmente da una peculiarità: l'onnipotenza. Yhwh, che non a caso la bibbia chiama Signore degli eserciti, appare come il padrone e reggitore dell'universo. Ma non solo. Tale sovrano assoluto risulta spesso collerico, violento e feroce (basti, ad esempio, la scelta di scatenare un diluvio universale), nonché "geloso" (Esodo 20,5). L'espressione ira del Signore ‒ o di Dio ‒ ricorre in svariate occasione nel cosiddetto Antico Testamento e un salmo lo descrive persino "fumante di collera" (Sal 74,1). Egli poi punisce i trasgressori dei suoi divieti mediante la cosiddetta ed impietosa legge del taglione: "occhio per occhio, dente per dente" (Deuteronomio 19,21).

Si tratta inoltre di una divinità del tutto altra rispetto al mondo e alle sue creature, denotata ‒ osserva ancora il noto teologo italiano ‒ da: "una personalità onnipotente a nulla legata, la cui volontà è assoluta, cioè tale da determinarsi unicamente in base al proprio arbitrio, da cui dipendono il bene e il male del mondo". Tale incondizionata/incurante arbitrarietà permette a Satana di uccidere i dieci figli di Giobbe per una scommessa, salva il figlio di Abramo ma non la figlia di Iefte e soprattutto consente a Deus di stringere un patto d'alleanza con un solo popolo (quello ebraico) senza occuparsi degli altri. Per queste ragioni Deus ‒ sottolinea con determinazione risoluta Mancuso ‒: "non può essere più il mio Dio. Né credo possa essere più il Dio dell'Occidente". Insomma, per riprendere il titolo del saggio: irreversibilmente "il suo destino è segnato".

Tuttavia, secondo Mancuso, una volta liquidato Deus ci rimane pur sempre Dio. Ma quale sarebbe ed in cosa consisterebbe quello in cui egli afferma di credere? Ritengo opportuno rispondere a detto interrogativo basilare con le precise parole del Nostro: "Credo nell'esistenza di un principio trascendente rispetto al mondo da cui tutto viene e in cui tutto, più ricco, ritorna. Credo in questo principium (…) sorgente e destino della mia come di tutte le altre esistenze (…). Credo che questo principio sia buono, giusto, intelligente, amico della vita, libero, e che abbia creato questo mondo al fine di generare la sua immagine e somiglianza". Definendosi cristiano-cattolico ‒ pur se in odore di eresia ‒ il Nostro vede nella sua più profonda essenza il cristianesimo quale: "filosofia dell'amore, visione del mondo alla luce del primato dell'amore, teoria e pratica dell'amore, testimonianza che il senso della libertà è l'amore".

Tale formula di fede però non va disgiunta da una nutrita serie di considerazioni/teorizzazioni che Mancuso sviluppa in questo densissimo testo e che peraltro fanno riferimento alle sue opere precedenti (vedi in particolare il saggio Io e Dio. Una guida dei perplessi, sempre edito da Garzanti). In estrema sintesi, potremmo dire che Dio è visto qui come la: "sorgente dell'energia e dell’informazione che sta alla base dell’universo e quindi anche della mia vita". Una visione che propone appunto un'ottica inedita attraverso cui guardare al rapporto Dio-mondo, analoga a quella proposta dal panenteismo ‒ da non confondere col panteismo (che etimologicamente significa: tutto è Dio) ‒ concezione per la quale il mondo sì contiene Dio, tuttavia il divino non si esaurisce in esso, essendo immanente, ma al contempo pure trascendente o altro da esso.

Ma il volto di Dio a cui guarda Mancuso resta poi sempre quello  del Cristo crocifisso, dove la divinità incarnata patisce ‒ come noi creature ‒ l'impotenza del soggiacere a morte. Questa tribolazione di Dio è però un modo, forse l’unico modo  d'essere al nostro fianco, di soccorrerci. Dio, allora, appare una sorta di supremo guaritore ferito: "dalla passione e dal dolore del mondo, che sono anche la sua passione e il suo dolore". (Qui il teologo italiano fa chiaro riferimento al collega tedesco Dietrich Bonhöffer). La vita dunque è certo drammatica, ma non per questo ha da essere priva di senso per chi coltiva nel proprio cuore la spiritualità. E il messaggio finale di speranza che Mancuso trasmette ai lettori sta giusto nella fede/fiducia di fondo nei confronti dell’esistenza, da vivere non egocentricamente ma orientati/disposti  all’accoglienza, alla solidarietà ed alla fratellanza. In una parola: all’insegna dell’amore.

(articolo a cura di Francesco Roat)

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