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Elvira Seminara, docente, giornalista, scrittrice e pop-artist siciliana, abbiamo già avuto modo di conoscerla prima con Scusate la polvere e poi con La penultima fine del mondo. Qualche giorno fa ha presentato il suo ultimo lavoro, Atlante degli abiti smessi (Einaudi), presso il Palazzo Bianchi di Adrano (CT).

Elvira Seminara vive tra Roma e Acicastello, in provincia di Catania. Docente di Storia e tecnica del giornalismo presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Catania, è stata redattrice del quotidiano La Sicilia e ha curato diverse trasmissioni radiofoniche per la Rai.

Si definisce una cantascorie, grazie alla sua passione per il recupero creativo, capace di dar vita nuova a oggetti e parole. Con il marchio Manomissioni firma i suoi oggetti di stampo dadaista, come borse e gioielli, che prendono vita attraverso il riuso di materiale di scarto e sedimenti urbani.

Ha esordito con Mondadori nel 2008 con il suo romanzo L’indecenza, triangolo passionale i cui vertici sono una coppia siciliana piena di silenzi e rabbia ed una colf. Tre anni dopo, ha pubblicato Scusate la polvere, premiato come romanzo da film dalla giuria internazionale del Festival del cinema di Roma e della Fiera del Libro di Torino: la protagonista resta vedova a quarantotto anni e, a rendere ancora più tragica la situazione, è la sconosciuta trovata insieme al marito; tra dicerie, pensieri e le amiche di sempre, si getta in una grottesca indagine tra ombre e polvere. Nel 2013 è stata la volta di La penultima fine del mondo, ambientato in un paese in cui tutti gli abitanti, senza apparente motivo, si suicidano.

La Biblioteca Comunale Rosario Russo, con il supporto organizzativo de I Bibliofili di Adrano (CT), ha ospitato qualche giorno fa presso il Palazzo Bianchi la presentazione del suo nuovo lavoro, Atlante degli abiti smessi, edito recentemente da Einaudi.

Apparentemente fragile e minuta, Elvira Seminara è una donna carica di idee e calore, che riesce ad entrare con la sua scrittura nelle pieghe più profonde dell’anima. In sala c'è una sua installazione con una candela, che lei ama usare "per dare valore al tempo".  E in effetti Atlante degli abiti smessi,  romanzo ambientato  nel 1992, due anni prima dell'arrivo di Internet in Europa, ci invita ad "ascoltare il dettaglio, il sedimento, che spesso sfugge alle nostre vite invase dalla fretta, dalla tecnologia".

Una madre, incolpata dalla figlia della fine del suo matrimonio, decide di trasferirsi da Firenze a Parigi, dove anni prima aveva vissuto momenti di gioia, per tentare di ricostruire questo scenario di vita felice. La distanza a quei tempi aveva un peso diverso, un peso quasi fisico: l'unico collegamento tra persone distanti era la scrittura. Così la protagonista decide di tenere una corrispondenza con la figlia, scrivendole una sorta di catalogo di vestiti... sì, proprio così: vestiti. Dalla descrizione di abiti nuovi e sgargianti fino a vestiti smessi, dimenticati e logori.

Come nella Biblioteca di Babele di Borges, ci ritroviamo in armadi con dentro universi infiniti e siamo condotti a riflettere sulla malattia della nostra società: lo spreco. I riflettori si accendono sul logorio delle nostre vite e dei nostri tempi, su ciò che avviene in questo mondo consumistico e di rottamazione in cui oggetti, rapporti e sentimenti non vengono valorizzati e, se usurati, riparati, ma semplicemente buttati via.

(articolo a cura di Katya Scarvaglieri)

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