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In un sotterraneo di Amsterdam vive un solitario, circondato da statue. Egli conversa con loro, evoca ricordi, perde "il controllo delle ore e della vita". È uno di "coloro che sono nati persi e debuttano dalla loro fine". Le statue d'acqua di Fleur Jaeggy è stato ripubblicato da Adelphi lo scorso dicembre, a distanza di trentacinque anni.

L'opera in prosa di Fleur Jaeggy, Le statue d'acqua, (considerarla un romanzo mi pare improprio o riduttivo) venne data per la prima volta alle stampe nel 1980 da Adelphi che, trentacinque anni dopo, la ripropone al pubblico per la gioia dei lettori amanti della scrittura di quest'autrice originalissima e schiva. Come ho accennato, forse non è opportuno collocare tale libro entro questo o quel genere letterario, dato il suo carattere peculiare che ora assume i tratti d'un testo teatrale, ora d'una narrazione diaristica, ora d'una surreale antifiaba.

Protagonista dello scritto è Beeklam ‒ un misantropo che abita in un sotterraneo, circondato da statue ‒, la cui prima parola pronunciata è "dolore": cifra che accomuna pure tutti gli altri personaggi che danno voce al dramma della Jaeggy. Non a caso è un lutto l'avvenimento inaugurale di queste pagine; per la precisione si tratta della perdita per antonomasia: quella della madre. E a doverla gestire è il bambino Beeklam, che prenderà le distanze pure dal proprio tanto anaffettivo quanto algido padre Reginald, rifugiandosi nel sottosuolo della casa avita a collezionare statue: "in gran parte effigi commemorative", scolpite mediante uno "stile lapidario". C'è, insomma, sin troppa rigidità/fragilità in tale genitore. Uno psicanalista direbbe che qui la presenza paterna latita, e detta assenza produce appunto dolore e rancore. Quindi, invece di stare coi suoi simili ‒ cioè con persone in carne e ossa ‒ il protagonista predilige frequentare dei simulacri marmorei, iniziando a collezionare: "imitazioni figurate del dolore e della quiete" ovvero statue, di femmine soprattutto, a ognuna delle quali l'orfano solitario assegna un nome e assieme a cui trascorre le sue meste giornate.

Ma, come appare evidente sin dalle prime pagine, se l'impianto narrativo è surrealistico, in una sorta di pseudo-antitesi, risultano solo apparentemente razionali le riflessioni di Beeklam e compagni, quasi essi coltivassero e praticassero discorsi paradossali, forzandoli a dire l'altrimenti indicibile del loro disagio/disgusto esistenziale qualora espresso tramite parole all'insegna della mera ratio. I vari personaggi testimoniano infatti una sofferta apatia dovuta alla sensazione di quanto sembri loro assurda ed insensata non solo la vita ma ogni cosa, ogni aspetto, ogni ambito mondano. Eppure, nonostante tutto, c'è in queste figure alienate un'attenzione vigile e vivace (amorosa, verrebbe paradossalmente da dire) per quanto – fuori da sé ‒ li attrae e insieme li respinge.

Sono soggetti al contempo innocui e crudeli per la ferocia dello loro osservazioni taglienti, le quali assai poco badano ai sentimenti o alle opinioni altrui. Ma appare chiaro che ciò che essi finiscono per mettere in atto è una sorta di difesa e/o di fuga: vedi la scelta di "andare a vivere nei sotterranei", compiuta dal giovane protagonista. Tra le evanescenti comparse de Le statue d'acqua non c'è spazio per autentiche comunicazioni emozionali, rapporti significativi, franchi scambi colloquiali; né esse li cercano, giacché ognuno rimane chiuso in uno spento autismo o ‒ per rifarsi al titolo del libro ‒ nell’immobilismo della propria solitudine statuaria. Beeklam, ad esempio, vaga per le strade di Amsterdam e osserva gli umani "con tutta la sua gentilezza", eppure con distacco, guardandosi bene dall'interagire con loro. Qui non si dà mai dunque vero incontro, bensì un accanito sottrarsi ad ogni relazione, in omaggio ad un imperativo categorico a priori che vieta ogni prossimità affettiva, ogni possibilità di evadere dalla prigione/magione della propria monade solipsistica.

Fleur JaeggyPer Beeklam ‒ ma non solo per lui ‒ lo scetticismo, o forse meglio ancora il nichilismo ("Io non credo a nulla") è una specie di retaggio atavico immodificabile, di congenita accidia paralizzante. La melanconia è in effetti la Stimmung che contrassegna le dramatis personae ‒ per utilizzare una definizione della stessa autrice ‒ di questo testo. Vedi la bambina Katrin, doppio femminile di Beeklam, a detta della quale: "A volte, verso sera, la monotonia e il tedio mi riuscivano quasi insopportabili". D'altronde nessuno qui muove un dito per evitali. Ne Le statue d'acqua niente accade: non c'è intreccio, né vera trama, in quanto non c’è necessità di fare/ottenere alcunché se non il fatto che alla fine i personaggi principali, come obbedendo a un destino ineluttabile, finiscono per riunirsi in una dimensione/condizione che è poi quella d'una pacata e quasi contemplativa ‒ benché sofferta ‒ accettazione del loro status comune.

Durante la lettura, a ogni buon conto, confesso di non aver potuto fare a meno di appuntarmi ad ogni pagina ‒ su ogni pagina ‒ qualche osservazione a matita. Ed era stimolante questa scrittura presso la scrittura. Così Fleur Jaeggy, anche se in apparenza sembra non tentare di accattivarselo, chiama il lettore al dialogo, lo interpella implicitamente, lo scandalizza ‒ ardirei dire ‒ con questa sua narrazione, che risulta magistrale dal punto di vista della tavolozza espressiva. Mirabile appare qui il ben temperato impiego di immagini e figure retoriche, in primis le metafore, sempre ardite, inedite e felicissime. L'aggettivazione colpisce per l’implacabile allusività straniante ed ogni periodo, ogni vocabolo, persino ogni segno di interpunzione è scelto con cura, ma senza la minima urgenza/ricerca della bella forma. In sintesi: una prosa poetica, icastica ma pregnante e abbacinante; dunque chapeau per la mirabile lezione di stile.

(articolo a cura di Francesco Roat)

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