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Saggezza, capacità di governare le passioni e di orientare l'azione al perseguimento di un bene comune di tipo universale: è l'idea di prudenza che ci hanno trasmesso i classici e di cui oggi abbiamo più che mai bisogno. Ne parla Stefano Zamagni nel suo saggio Prudenza (Il Mulino).

Di questi tempi la prudenza non pare certo una virtù particolarmente apprezzata dalla maggioranza delle persone; anzi considerare prudente qualcuno sembra implicare una sorta di scarsa considerazione che si ha nei suoi confronti, quasi egli risultasse eccessivamente circospetto o, peggio ancora, peccasse di pusillanimità. Oggi al prudente si preferisce semmai il trasgressivo, colui che non teme il rischio; mentre in antico la prudenza era ritenuta simbolo/espressione di saggezza, di ottimale capacità di gestire sia se stessi che gli altri. Per Aristotele, ad esempio, la phrónesis (ossia quella che sarà poi la prudentia dei latini) costituiva la qualità inderogabile per chi volesse assumere il ruolo di guida all'interno della polis.

Perché allora questa antica virtù per antonomasia è venuta scolorandosi nei secoli? O, meglio ancora, perché la prudenza ‒ quantomeno in Occidente ‒ è stata considerata in modo così diverso a seconda delle epoche storiche? A tali interrogativi (e a tanti altri ancora in merito a tale virtù) cerca di rispondere il saggio di Stefano Zamagni ‒ che non si occupa principalmente di antropologia o filosofia, ma insegna Economia politica all'Università di Bologna e alla John Hopkins University ‒, intitolato giusto Prudenza e pubblicato dalla Casa Editrice il Mulino.

In Europa, a detta di Zamagni, il primo serio attacco alla prudenza come inderogabile virtù etica si è avuto in età rinascimentale, allorché Machiavelli la fa scadere a mera: "arte per il calcolo e la gestione del potere". La scomparsa delle virtù è annunciata quindi da Montesquieu nello Spirito delle leggi, che prevede queste ultime siano da considerare al di sopra delle prime. Ma a dare un colpo mortale alla prudenza nella modernità è Hobbes, per il quale competizione e lotta onde conquistare (e conservare) il potere è la condizione abituale tra gli umani (da cui la nota sentenza: homo homini lupus) e dunque a fondamento della vita collettiva non sta certo la prudenza, bensì il timore.

Però ‒ ci ricorda Zamagni ‒ a detta pessimistica visione del mondo, che vede l'uomo come un lupo rispetto all'altro uomo, fa da contraltare quella dell'illuminista italiano Genovesi, per cui invece: homo homini natura amicus (l'uomo è per natura amico dell'altro uomo). E sarà un altro illuminista, lo scozzese Smith, a sostenere che pure: "al mercato occorrono, come elementi essenziali, altre virtù, prima fra tutte la prudenza". Tuttavia i seguaci di Smith, prosegue l'autore del saggio, concepirono l'economia politica: "come il regno dei soli rapporti strumentali". Ulteriore caratteristica destinata a rimanere un "pilastro" di tutte le concezioni economiche successive sarà l'utilitarismo di Bentham, che fa appunto dell'utilità il principio basilare dell'economia. Per non parlare del cosiddetto marginalismo sostenuto dal movimento di Oxford, secondo il quale l'economia, essendo scienza dei mezzi e occupandosi dei fatti, non ha nulla a che spartire con l'etica e/o con le virtù.

Purtroppo, nota Zamagni, quando in economia ci si scorda della prudenza, ecco sorgere ben presto il suo vizio antagonista: l'avidità. Ora, se è vero che il desiderio umano (egocentrato) è alla costante ricerca di beni che lo appaghino, è altrettanto vero che: "i beni non condivisi sono sempre vie di infelicità, persino in un mondo opulento". Detto in altri termini ‒ non da un utopista visionario/rivoluzionario, ma dal nostro professore di Economia politica ‒: "sono i rapporti di reciprocità riconoscente a rendere possibile una vita felice", e quindi: "Non ci può essere felicità laddove l'uno considera l'altro come mero strumento della propria autoaffermazione".

Al di là del problema del parallelismo tra bene soggettivo e bene collettivo, un ennesimo quesito posto dal saggio mi sembra particolarmente interessante, ossia: di quale prudenza abbiamo bisogno nel terzo millennio? Forse soprattutto di una prudenza ecologica, se consideriamo che i vocaboli ecologia ed economia hanno in comune la radice di derivazione greca ôikos, che significa casa, la quale è al contempo relativa al singolo individuo e all'habitat comune a tutti: la natura. Preservare la natura e non sfruttarla indiscriminatamente è allora indice di un comportamento prudenziale quanto mai auspicabile. Anzi, oggi più che mai, inderogabile.

(articolo a cura di Francesco Roat)

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