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Umberto Eco si è spento il 19 febbraio 2016 a Milano. Era nato, ottantaquattro anni fa, ad Alessandria, da una famiglia di piccoli negozianti. Laureatosi a Torino nel 1954, è stato accademico, semiologo, filosofo, scrittore di fama e considerazione mondiale.

Umberto Eco, soprattutto, è stato protagonista, osservatore e brillante critico della realtà sociale, culturale e politica italiana del secondo dopoguerra. A partire da quando, neolaureato, entrò a far parte dei cd. corsari i quali, proponendosi di rinnovare i programmi RAI, andarono oltre, ponendo le basi della centralità della RAI nel sistema culturale italiano, e svecchiando l'intero dibattito culturale italiano.

Non solo; Umberto Eco è stato tutto ciò, a modo suo. È riuscito a coniugare settori diversi quali la linguistica, la massmediologia e le avanguardie letterarie e artistiche; ha sferzato la società con talento satirico e parodico; ha intessuto rapporti intellettuali di grande spessore in tutto il mondo con accademici, scrittori, pittori e musicisti; ha portato alla ribalta argomenti che prima erano snobbati quali l'enigmistica e il fumetto (la testata Dylan Dog lo ha omaggiato nel numero 136 attraverso il personaggio di Humbert Coe.)

Inoltre, egli ha vissuto con lucidità e disincanto tutte le trasformazioni della società italiana, dalla metà degli anni '50, fino ad oggi. A cominciare dalla trasformazione impressa nella nostra società dal cd. neocapitalismo, in grado di plasmare gli italiani ancora più profondamente di quanto aveva fatto il fascismo. Credere, obbedire, combattere, erano riusciti molto male al popolo italiano, il quale, invece, si scoprì a proprio agio nel consumismo e nel pensiero positivo del boom economico.

Erano gli stessi italiani che la sera si riunivano intorno alla televisione per assistere a Lascia o raddoppia?, condotto da Mike Bongiorno, il quale ultimo, fu definito come la più indulgente delle religioni, perché in lui si annullava qualsiasi tensione tra essere e dover essere, divenendo il simbolo dell’effetto di massificazione mentale che il consumismo televisivo stava provocando.

Il suo impegno è sempre stato netto verso la condivisione delle idee e la diffidenza delle aggregazioni di massa. Il Diario Minimo, in fondo, è questo, un vero e proprio esercizio mentale: la realtà è smontata in vari pezzi, i quali, analizzati singolarmente, ci permettono di prendere in considerazione nuovi punti di vista. Ad esempio, l’Elogio di Franti. In Cuore, di Edmondo De Amicis, scritto nel 1866, il Franti, è l'unico descritto come assolutamente cattivo, come simbolo della perfidia, colui che è fuori dai valori cui i ragazzi erano educati: patria, esercito, scuola, famiglia.

Ma Umberto Eco rovescia le carte, tanto che Franti, nella sua interpretazione, è un personaggio positivo, rivoluzionario, che esprime una posizione critica verso la cultura dominante. E il simbolo di tale suo anticonformismo è il riso, con cui accompagna le scene patetiche di fronte alle quali gli altri invece si commuovono. Dunque, il riso è un momento di forte emancipazione e di liberazione da una logica chiusa, oscurantista e dogmatica. E il pensiero corre veloce:

"...Ma cosa ti ha spaventato in questo discorso sul riso? Non elimini il riso eliminando questo libro.» «No, certo. Il riso è la debolezza, la corruzione, l'insipidità della nostra carne. È il sollazzo per il contadino, la licenza per l'avvinazzato, anche la Chiesa nella sua saggezza ha concesso il momento della festa, del carnevale, della fiera, questa polluzione diurna che scarica gli umori e trattiene da altri desideri e da altre ambizioni… Ma così il riso rimane cosa vile, difesa per i semplici, mistero dissacrato per la plebe... Ma qui, qui...» ora Jorge batteva il dito sul tavolo, vicino al libro che Guglielmo teneva davanti, «qui si ribalta la funzione del riso, lo si eleva ad arte, gli si aprono le porte del mondo dei dotti, se ne fa oggetto di filosofia, e di perfida teologia... Ma se qualcuno un giorno, agitando le parole del Filosofo, e quindi parlando da filosofo, portasse l’arte del riso a condizione di arma sottile, se alla retorica della convinzione si sostituisse la retorica dell'irrisione, se alla topica della paziente e salvifica costruzione delle immagini della redenzione si sostituisse la topica dell'impaziente decostruzione e dello stravolgimento di tutte le immagini più sante e venerabili – oh quel giorno anche tu e tutta la tua sapienza, Guglielmo, ne sareste travolti!»[1]".

Nel 2015, il suo ultimo romanzo, Numero zero, (nel 2016, tuttavia, uscirà postumo Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida, edito da La Nave di Teseo), con il quale, ancora una volta, si fa coscienza critica della nostra società smemorata, indifferente e superficiale rispetto a quanto accade al suo interno.

Infine una riflessione intima.

Nonostante tutto, Umberto Eco, prima di ogni cosa, è stato professore universitario. Lo è stato nel senso più generoso e nobile del termine. La sua esperienza universitaria, priva di formalismi inutili e autoreferenzialità, è stata tutta imperniata su una straordinaria libido docenti, che non lo ha abbandonato mai.

Umberto Eco

Non solo i suoi studenti e i suoi allievi più diretti, ma tutti coloro che hanno seguito corsi universitari presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, sono venuti a contatto con lui, personalmente, o con la sua personalità e il suo esempio. Anche chi ha intrapreso studi molti distanti, attraverso la memoria dei propri professori e dei propri colleghi, ha colto l'esempio del prof. Umberto Eco, il suo impegno costante e le sue capacità di relazione immediata con gli studenti.

Frequentare l'Alma Mater è anche questo: appartenere ad una Comunità, che il prof. Umberto Eco ha nobilitato con il suo esempio, e con la quale, egli ha sempre mantenuto un rapporto speciale, prioritario. L'ex rettore Ivano Dionigi ha espresso tale sentimento meglio di chiunque altro: "Ci sono professori che sono resi famosi dall'Alma Mater e ci sono professori che rendono famosa l'Alma Mater: Eco era il primo tra questi"[2]. Non a caso, nella sua bibliografia, l'opera più preziosa e più vicina al suo essere, è Come si fa una tesi di laurea, del 1975.

Sicuramente, più di ogni altra cosa, ciò che rimane del prof. Umberto Eco, sono i piccoli, importanti gesti che ci ha insegnato e che quotidianamente ogni studioso o professionista compie. Oggi, molti piangono un intellettuale straordinario, noi sentiamo la nostra Comunità più esigua e più povera. Grazie professore!

[1] U., Eco, Il nome della rosa, Milano, Bompiani, 1980

[2] Corriere di Bologna

(articolo a cura di Emiliano Marzinotto)

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