images/rubrica-letteraria/al-giardino-non-ho-ancora-detto-un-testo-bello-e-coraggioso.jpg

In Al giardino ancora non l'ho detto (Ed. Ponte alle Grazie) Pia Pera, con una sorprendente serenità e libertà interiore ci parla della propria grave malattia guardando ad essa attraverso l'angolo prospettico inusuale dell'amato giardino, luogo di metamorfosi, luci ed ombre, gemmazioni e sfioriture.

È l'eccentrico diario di una malattia invalidante il libro di Pia Pera ‒ narratrice, traduttrice, nonché esperta di giardinaggio ‒ Al giardino ancora non l’ho detto (Ed. Ponte alle Grazie). Testo narrativo intessuto di meditazioni e descrizioni, esso è anche il racconto-testimonianza di un'avventura: quella di sopravvivere difendendosi strenuamente contro l'assedio di un nemico risoluto ad invadere non solo il corpo ma anche la psiche.

Il titolo è preso da quello d'una poesia dell'amata Emily Dickinson (I haven’t told my garden yet), dove si accenna ad un giardino a cui l'io narrante della lirica non riesce a confidare/confessare che è in procinto di morire. In tali versi, nota Pia Pera, è come si assistesse ad una sorta di "ribaltamento della prospettiva della morte". La sottolineatura infatti non viene posta sul dramma di un essere umano che prende congedo da piante, foreste e colline, bensì sulla preoccupazione per gli esseri inanimati, che ‒ scrive l'autrice ‒ "in qualche modo abbiamo tratto in inganno abituandoli alla nostra presenza", destinata un giorno a venir meno.

Quello con il suo splendido, variegatissimo giardino si rivela essere un rapporto intenso, profondo e tenace. Il quale peraltro si fa ancora più tale via via che le forze della scrittrice scemano e nonostante le sue assenze forzate, imposte dalla malattia. A mutare è la modalità della relazione coi fiori, gli alberi e i cespugli a lei tanto cari. Quasi si fosse persino accresciuta l'empatia per quei vegetali. Oltre alla consapevolezza che, non dissimilmente da una pianta, pure una giardiniera può subire i danni delle intemperie, finendo col: "seccare, appassire, perdere pezzi".

Quando, un tempo, era il giardino il luogo delle metamorfosi, ora – causa la recrudescenza della malattia ‒ è la stessa scrittrice a trovarsi immersa in un mutamento costante, di cui ella si sente sempre più "in balia". Ad onta di ciò, e quantunque Pia Pera avverta/affermi di non essere del tutto altra dalla persona di solo qualche anno prima, non vi è disperazione in questa sua testimonianza accorata d'un declino a quanto pare irreparabile. Anzi l'autrice trattando del proprio status emozionale, parla di una "paradossale serenità" e di una confortante "leggerezza interiore".

Questo tuttavia non significa affatto che manchino riflessioni amare/pessimistiche in queste pagine altrove così lievi e pacate, né franche autocritiche. Vedi ad esempio il rammarico per aver fantasticato intorno a speranze illusorie d'una improbabile "cura miracolosa", o per la vana "frequentazione intensiva di costosi ciarlatani d'ogni genere". Ma l'ammettere tranquillamente le proprie contraddizioni nonché la propria umana, troppo umana fragilità rende non solo Pia Pera autentica ma soprattutto credibile ed apprezzabile. Per l'assoluta mancanza di autocommiserazione e di retorica nel declinare l'arduo discorso/percorso di un male contro il quale non v'è rimedio che non sia la consapevole e sia pur dolorosa accettazione.

È davvero encomiabile il suo mettersi a nudo con sincerità/severità estrema. Questo non voler minimamente nascondere errori, difetti, idiosincrasie o la paura "del ritrovarsi privi di difesa".  Forte però della convinzione: "di come siamo noi a scegliere, di volta in volta, come vivere quanto ci viene dato". Accanto a tutto resta sempre presente/soccorrente il contatto – sia pure appena visivo, attraverso i vetri ‒ col giardino, dove la scrittrice appena può si rifugia, oppure anche solo la memoria consolatrice di esso.

Altrettanto di conforto appare qui la lettura/rilettura dei libri a lei maggiormente cari. Sono testi di poeti, narratori, filosofi, mistici anche. Così la narrazione si alterna ad una riflessione sul profondo significato di uno scrivere che non si limita al mero racconto cronachistico di una pur devastante patologia, ma si fa inesausto interrogarsi intorno all'esistenza. E Pia Pera sa farlo senza proporre facili risposte/soluzioni; senza enfasi o vittimismo attraverso una prosa commovente e garbata.

(articolo a cura di Francesco Roat)

Se vuoi collaborare con la Rubrica Letteraria del Club del Libro, segnalarci iniziative interessanti o semplicemente comunicare con noi, scrivici a:

Mail