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Ai personaggi di Cecità di José Saramago, Libro del Mese di Giugno 2016, tocca in sorte la terribile condizione della perdita improvvisa della vista. La letteratura, sin da quella più antica, è ricca di racconti con personaggi ciechi o che restano ciechi per qualsivoglia motivo, ma le Parche non sono tra questi. Tuttavia se oggi si prova a chiedere a un adolescente alle prime armi con la mitologia di fornire il nome di una divinità priva della vista, queste tre sorelle sono quasi sempre la prima risposta. Questo accade per via della grande influenza che il cinema, e in questo caso un film di animazione, può avere sulla cultura collettiva.

Per procedere con ordine, le Parche sono tre sorelle della mitologia latina preposte al controllo della vita dell'uomo: esse rappresentano quanto di più sacro ci sia nell'esperienza umana, cioè la nascita, l'evoluzione della vita e infine la morte. Non svolgono solo una funzione di amministrazione, ma possono agire direttamente sul destino di un uomo. Questo potrebbe renderle alla pari di tutte le altre divinità vittime delle loro pulsioni e dei loro desideri ma in realtà tutti, anche gli dèi, temono le tre sorelle perché neppure loro hanno il potere di modificarne le decisioni e l'operato.

Ognuna delle sorelle ha una funzione diversa. La più giovane sceglie dalla matassa un nuovo capo e comincia a intessere il filo. Così facendo produce la nascita di un nuovo essere umano, il quale almeno all'inizio è poco influenzato dalle scelte quotidiane. Con l'andare del tempo, il neonato diventa bambino e poi ragazzo e le sue scelte cominciano a diventare importanti sulla trama che il filo disegna nel telaio della seconda sorella, che in pratica rappresenta il destino vero e proprio. Tutte le decisioni, ineluttabili o meno, conducono comunque il filo a una conclusione: a seconda che questo sia più o meno lungo, la vita dell'uomo a cui è legato vede più o meno primavere. Il compito di recidere il filo al termine del suo percorso è affidato alla terza sorella, la prima in ordine di età. Essa rappresenta dunque la morte, la fine inevitabile contro cui neppure gli dèi possono alzare la voce.

L'idea che il destino dell'uomo sia influenzato dalle divinità è tutt'ora considerata valida dalla maggior parte dei credenti. Le religioni monoteiste ancora esistenti, infatti, hanno mutuato questo aspetto dalle antiche credenze politeiste e ancora oggi si sente parlare di progetto divino o grande disegno. Un caso estremo è costituito in questo senso dal Calvinismo, basato sull'idea della predestinazione, secondo la quale Dio avrebbe stabilito sin dal principio tutta la trama dell'eternità in virtù della propria stessa eternità. Questo comporta, secondo Calvino, che il numero delle persone destinate al Paradiso sia già stato scelto da Dio e che dunque tutti gli altri uomini siano destinati agli inferi. Naturalmente il fatto che le religioni antiche concepissero divinità come le Parche dimostra che la teoria della predestinazione non è stata inventata in tempi più moderni da Calvino, né tantomeno introdotta dal Cristianesimo in generale: già i filosofi Stoici, infatti, affermavano che il destino di ogni singolo uomo fosse predestinato in quanto unica possibilità all'interno del disegno divino generale previsto per tutti gli uomini, il cosiddetto logos.

Dopo aver analizzato l'importanza della sorella di mezzo, il Destino, bisogna parlare della triste sorte toccata alla sorella più giovane, la dea della Vita, che in origine non aveva sorelle. I romani infatti veneravano un'unica divinità della vita, Parca, la quale racchiudeva in sé anche il fato dell'uomo e la sua fine. Questa importantissima dea era invocata dalle partorienti e veniva celebrata con specifici riti insieme alle altre divinità preposte alla fertilità. Quando le vicende storiche portarono i Romani ad assoggettare politicamente la Grecia, la religione ellenica si impose su quella latina che pure già molto vi aveva in comune. L'insieme degli dèi greci, il pantheon, andò a modificare il gruppo di divinità romane preesistenti e la dea Parca dovette fare i conti con Cloto, una delle tre Moire. Queste erano tre sorelle, figlie di Zeus e Temi, la cui funzione era appunto quella di amministrare la vita degli uomini: Cloto, in greco antico la tessitrice, che intesseva il filo; Lachesi, il destino, che creava la trama; Atropo, l'ineluttabile, che tagliava il filo ponendo fine alla vita dell'uomo a cui era collegato. L'influenza delle Moire fu talmente forte che col tempo anche a Roma si cominciò ad accostare alla dea Parca la figura di due sue sorelle tessitrici. Inizialmente chiamate Parche (Parcae), infine si imposero con il nome di Fatae (leggasi Fate), dal latino fatus, ovvero destino. Alle tre sorelle spettò un posto d'onore nel Foro, il cuore politico di Roma, dove venne collocato un gruppo scultoreo celebre come Tria Fata: da quel momento in poi Parca non fu più sola neanche a Roma.

Con l'avvento del Cristianesimo le divinità romane si cristallizzarono e, dopo il fiorire della letteratura italiana dal XIII secolo in poi, furono recuperate da scrittori e poeti. Le Parche ebbero molta fortuna in letteratura per la loro forte caratterizzazione: le cita Dante nella sua Commedia e le ritroviamo in seguito in vari autori fino a Giacomo Leopardi. Ad oggi l'idea della vita come un filo che alla fine si spezza fa parte della cultura di base quasi fosse innata, eppure nessuno avrebbe potuto immaginare che dopo più di due millenni, tutto d'un tratto, come accade ai personaggi di Cecità, anche le Parche perdessero la vista.

Nel 1997, per la prima volta nella sua storia, la Walt Disney decide di utilizzare la mitologia greca per realizzare uno dei suoi celebri film d'animazione. Il personaggio principale è Hercules, ma la storia non tratta delle sue famose dodici fatiche, bensì della lotta per riconquistare il proprio posto nell'Olimpo insieme a tutti gli altri dèi. Le Parche in questo cartone vengono raffigurate come aiutanti di Ade, dio degli inferi e zio del protagonista. Queste tre donne sono anziane e molto sagge,  ma afflitte dal possesso di un solo occhio, che devono scambiarsi vicendevolmente per poter vedere chi sta loro di fronte. Questa caratteristica è stata ritenuta sicuramente di successo per un cartone animato che voleva essere simpatico e pieno di brio – la Disney abbandonò anche le melodie classicheggianti per rifarsi al gospel –, ma non è un elemento proprio delle Parche. Anzi – ed è qui che si genera la confusione – è un aspetto proprio di altre divinità della mitologia greca, le tre Graie.

Le Graie erano tre sorelle che nella cultura greca rappresentavano i diversi momenti della vecchiaia. Queste tre anziane donne non avevano mai vissuto la gioventù ed erano costrette a condividere un unico occhio per vedere e un unico dente per nutrirsi. Erano nate con lo scopo preciso di custodire l'accesso al luogo in cui erano state rinchiuse le tre Gorgoni, loro sorelle, terribili mostri alati con i capelli di serpente che simboleggiavano le perversioni umane. Questo gruppo di divinità è reso celebre dal mito di Perseo, che riesce a ingannare le Graie rubando il loro unico occhio, penetrando quindi nel nascondiglio delle Gorgoni e uccidendone la regina, Medusa, consegnandone la testa alla dea Atena.

Così come la letteratura, dunque, anche il cinema ha fatto rivivere il mito delle Parche, ripresentandolo al pubblico contemporaneo seppur con questa enorme trasformazione. La grande influenza che la televisione e il cinema hanno sull'uomo di oggi ha però surclassato gli echi letterari facendo in modo che la confusione tra Parche e Graie si imponesse senza incontrare quasi ostacoli nell'immaginario collettivo, tanto che, come si accennava all'inizio, alla richiesta di citare un personaggio mitologico privo di occhi, si rischia ormai di sentirsi rispondere con il mito delle tre Parche. Ecco dunque spiegato come la Disney le accecò.

(articolo a cura di Francesco Gioia)

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