Sinossi

Se con l'occhio dello storico dovessi valutare l'epoca in cui vivo, non avrei dubbi nell'affermare che la malattia del mio tempo è la retorica del politicamente corretto. Il pensiero personale è ormai schiacciato nella morsa di parole d'ordine che tentano di sostituire la stessa realtà dei fatti e chi non si adegua riceve la condanna di apparire intransigente, in modo da occultare la sua autonomia di scelta; un tempo, invece, non avevamo bisogno di essere consigliati per sapere cosa fosse sincero ed errato, prima d'oggi riuscivamo a esprimere quello che credevamo intimamente, senza preoccupazione del giudizio che avremmo ricevuto da parte di chi afferma di essere tollerante. A pensarci bene, le stesse Costituzioni sono solo carte scritte da uomini e non possono pretendere di cancellare la singolarità delle passioni o delle idiosincrasie; infatti, se chiamo il cieco non vedente, egli non ottiene la vista e io divento schiavo di una ipocrisia che svuota i concetti della loro sostanza. Il rispetto, credetemi, non è mai figlio dei vocaboli o del conformismo, è qualcosa che viene da dentro e non si impone scambiando i significati con il linguaggio, che sarebbe come abbandonare il messaggio a favore del mezzo. L'opportunità di non inseguire una imperante mediocrità è la chiave contro la confusione e rappresenta la via di uscita da profeti che attirano gli indifferenti con le belle immagini di una convenienza che è esclusivamente la loro: sempre più si diffondono personaggi che, per sfruttare le emozioni di chi non ha modo per decifrare gli avvenimenti intorno, attribuiscono una appetibile definizione di cultura o civiltà all'ammaestramento con cui creano il proprio consenso. Si tratta, molto semplicemente, di un processo di mitizzazione di soggetti che rafforzano a vicenda la loro influenza, in quanto ripetono meccanicamente gli stessi concetti da decenni, così tanto e tanto a lungo da apparire come comandamenti immutabili, al fine di fornirsi reciprocamente una patente di qualità, che susciti applausi e attenzione. Conosco un semplice espediente per smascherare questo trucco: immaginare che una medesima idea, in apparenza così valida e appassionante, l'avessimo ascoltata da un vicino di casa per niente simpatico e valutare, in questo modo, se sembrerebbe veramente altrettanto affascinante nella sua intrinseca natura. Io non ho verità da raccontare, ma di certo ho spezzato le catene di un buonismo forzato, ovvero di quella dottrina che rappresenta l'uniformità di idee decise altrove. La ragione di questa raccolta è, appunto, quella di segnalare dei punti di partenza da cuicombattere dogmi che vorrebbero negare la libertà di farsi un'opinione e di dare un giudizio sugli avvenimenti, sulle categorie, sulle storie. Accetto di essere smentito, ma non consento la negazione del visibile, perché è sufficiente ricorrere all'esperienza che ciascuno porta con sé per rendersi conto di un creato tanto evidente nelle sue multiformi sfaccettature. Se i maestri del vuoto pneumatico del perbenismo si adoperano di continuo per livellare con una eguaglianza al ribasso labellezza dell'individuo, io non smetterò di credere nelle differenze e sostengo l'idea che diverse situazioni non possano essere trattate allo stesso modo, perché una omogeneità che ci priva del potere della soggettività elimina la verità della diversità, in favore di una artificiale uniformità. Infine, prima di lasciare spazio ai miei intagli sul legno dell'esistenza, mi concedo di onorare la memoria di un maestro della comunicazione come Nicolás Gómez Dávila, la cui opera mi ha rammentato che l'aforisma, nella sua concisione, è la forma espressiva capace di restituire alle riflessioni quella forza delle idee sottratta dal discorso.

L'autore

Federico Basso Zaffagno è un ligure atipico a partire dal 1980, forse perché troppo italiano. Laureato in giurisprudenza, esercita l'impresa di essere se stesso. Delle radici ha fatto il suo modo di camminare. Non ha un cattivo carattere, molto semplicemente non fa nulla per dissimulare il carattere. Riesce ancora a vedere l'armonia delle cose e a stupirsene, perciò non vuole lasciare campo al disordine. Soffre il caldo e la sindrome delle banalità, più o meno allo stesso livello. A parte il fumo di sigarette, aspira a comportarsi con dignità fino in fondo.

 

Titolo: Il re del proprio mondo. Gli aforismi contro l'incertezza della banalità

Autore: Federico Basso Zaffagno

Editore: Genesi

Collana: Le scommesse

Data di Pubblicazione: dicembre 2012

ISBN: 8874143710

ISBN-13: 9788874143719

Pagine: 120

Formato: rilegato

Prezzo: € 12,00

E' distribuito anche dalle principali librerie on-line.

Categorie: Aforismi, Pensiero, Filosofia, Saggio

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