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		<title>Diceria dell'untore </title>
		<description>Discussione Diceria dell'untore </description>
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			<title>MarinaP scrivi:</title>
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			<description><![CDATA["Diceria dell'untore" di Gesualdo Bufalino: l’eterna festa di una scrittura sontuosa Per scrivere una recensione su “Diceria dell’untore” di Gesualdo Bufalino bisognerebbe togliersi i jeans e indossare il vestito della domenica, preparandosi un tè da versare in una tazza di porcellana a forma di ibisco, dopo aver spento il computer ed essersi muniti di una carta d’Amalfi e di un pennino da intinzione. Tanto meriterebbe quella che, senza esagerare, può definirsi una scrittura sontuosa. La lingua al principio è ostica, come un bosco di mangrovie, un viluppo di sensi oscuri che tuttavia, pian piano, a furia di annasparci, diventa familiare finché il groviglio di parole ampollose, la compiaciuta ironia dell'uso e dell'abuso, i torciglioni di metafore ma anche il modo visionario e iperbolico di raccontare non stregano e diventano una festa. La scrittura di Bufalino è questo: un’eterna festa, uno spettacolo pirotecnico nel quale il lettore sgrana continuamente gli occhi, diventa il bambino che osserva prilli d’aquilone. Anche quando volano come corvi su un cimitero, le sue parole sono gioia pura, tripudio del cuore. Il libro racconta la vicenda di sospensione di un giovane reduce che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, è costretto a entrare in un sanatorio sulle alture di Palermo per curare una grave malattia polmonare, la tisi. Un vero e proprio “apprendistato di morte” vissuto con gli altri compagni di consunzione, tra disquisizioni filosofiche e domande sul divino, in cui lo status di malato permette al protagonista di vivere con maggiore intensità la vita, avendo egli “più letto libri che vissuto giorni”, e diventa quasi una condizione di privilegio attraversata con caustico disincanto e pudica, disperante, umanità. Ma la vera storia del libro non è la storia in sé, che può definirsi "un'educazione alla catastrofe" con la "ricchezza di un noviziato indimenticabile nel reame delle ombre". Il racconto autentico, sublime, è quello della lingua. Il viaggio è tutto lì dentro e l'autore stesso lo svela quando, spiegando perché scrisse il libro, confessa che il motivo fu un suo personale turgore espressivo, con il naturale rimando erotico suggerito da questa immagine. Una lingua carnale, funerea e vischiosa che sembra quasi ordita nella sua certosina ampollosità ma che, al contrario, non è premeditata. Bufalino pensava realmente in una maniera fuori del comune. Per i lettori che viaggiano nella lingua più che nelle storie, “Diceria dell’untore” è la pentola d’oro in fondo al sentiero impervio e oscuro. Una scrittura che ti entra dentro. Per quanto la vena poetica di Bufalino sia torva e implacabile, si avverte per tutto il tempo di lettura la risata sorniona e malinconica dell’autore. Probabilmente la sua stessa singolarità lo allontanava dagli altri costringendolo alla solitudine, senza tuttavia togliergli il desiderio e la nostalgia per una vita che avesse sapore. Come rivela in un passo del libro: "E dopotutto il registro alto, lo scialo degli aggettivi, l'oltranza dei colori, mi pareva, e pare, il modo che ci resta per contrastare l'ossificazione del mondo in oggetti senza qualità e per restituire ai nostri occhi ormai miopi il sangue forte delle presenze e dei sentimenti". Marina Presciutti]]></description>
			<dc:creator>MarinaP</dc:creator>
			<pubDate>Fri, 03 Mar 2023 15:58:36 +0100</pubDate>
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