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Vale mille volte di più una vita consumata camminando verso la propria libertà
che una vita dipinta dalla resa e dalla stanchezza
(Vittoria, “Specchi sbagliati”)

Brhan Tesfay nel suo romanzo Specchi sbagliati traccia abilmente i contorni di uno degli argomenti più delicati e complessi che ci siano: quello sull’identità. Siamo solo l'immagine che ci rimanda lo specchio? Ed è la stessa cosa che vedono gli altri? La soluzione al dilemma non c’è. O forse è suggerita tra le righe, individuata già nel titolo, quando ci si specchia e il riflesso che ne rimbalza ci sembra sbagliato perché così ci fanno sentire gli altri.
A queste annose domande si aggiunge il problematico rapporto genitori-figli che sfocia in violento scontro generazionale, specie per chi si trova a vivere a cavallo di due culture come i figli degli immigrati. Il tessuto del romanzo è scandito da un doppio tempo letterario, dove i protagonisti si muovono veloci su uno sfondo che invece resta immobile, evidenziando una profonda dicotomia tra l'antico e il moderno che non trova un punto d'unione.
Descritta in un unico piano sequenza, Tesfay narra una storia che, seppur contemporanea, pare cristallizzata nel tempo e ci mostra i suoi mali che, anche attraversando diverse epoche, restano sempre gli stessi.

Durante la lettura di Specchi sbagliati mi è tornato alla mente un passaggio del romanzo L'eleganza del riccio di Muriel Barbery, quando dice “La gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia. Mi chiedo se non sarebbe più semplice insegnare fin da subito ai bambini che la vita è assurda”. Ecco, questa frase potrebbe essere uscita dalla bocca di uno dei personaggi di Tesfay.
“Loro” sono gli adolescenti, che, interrogandosi sulle incognite di un'esistenza scandita da regole dove non esiste dialogo ma solo imposizione, cercano disperatamente di crearsi uno spazio fuori dai recinti costruiti da famiglia e società.
Il giudizio sugli adulti è severo, ne emerge una fotografia desolante. C'è chi ha un passato di maltrattamenti, e al posto di mostrare empatia finisce per nutrirsi dello stesso odio del quale è stato vittima, rifugiandosi in tradizioni consolatorie, quasi valore supremo, anteposte al benessere dei propri figli. Altri, liquefatti nel magma del conformismo e assorbiti dal pregiudizio di un'epoca schiacciata da stereotipi, trasmettono ai figli il sospetto e l'indifferenza, rivelandosi adulti disillusi che paiono incapaci di ricordarsi com'erano da giovani.

Gran parte del romanzo si concentra sugli affanni della quindicenne Jasmin e sulle ostilità con la famiglia. Jasmin incarna tutte quelle figlie di emigrati la cui esistenza è una gabbia dalla quale sembra impossibile evadere, predestinata e legata a doppio filo alle tradizioni della famiglia di origine. Prepotente è il conflitto sull'identità, che mortifica la libertà culturale di poter scegliere il proprio destino in autonomia. La giovane Jasmin vive oppressa da un padre anaffettivo, violento, interessato unicamente a sè stesso, che soggioga figlia e moglie in quanto femmine. L'eredità patriarcale viene trasmessa al figlio maschio, consentendogli di replicare quei gesti maschilisti e violenti. La madre è vittima sacrificale in perenne condizione di subordinazione, frutto di un'educazione che l'ha piegata fino a sottometterla, talmente avvezza alla propria sorte da non voler comprendere il desiderio di rivalsa della figlia e trasformandosi ella stessa in carnefice.

La giovane trova affetto e comprensione negate in Vittoria, una anziana vicina che le farà capire quanto il patriarcato sia un'ingiustizia sempre perpetrata, che accomuna le società con tempistiche diverse: lei stessa ha vissuto la sua giovinezza con la stessa ansia nel cuore, dominata da un padre dispotico e prevaricante. I destini delle due si intrecciano in un lasso temporale fino a sovrapporsi.
Tesfay attraverso il racconto di Vittoria insiste sull'altro risvolto della medaglia, quell'Occidente liberale che fino ad una manciata di decadi fa trattava le donne come succede oggi negli entroterra più remoti di Kabul o Teheran. Il tutto aggravato da un sistema scolastico educativo che non si dimostra ricettivo e aggiornato ai tempi della multi culturalità.

Tra i pregi di Tesfay vi è che già dopo le prime pagine ti dimentichi che a scrivere sia un uomo, tanto sono densi di empatia i passaggi che descrivono con cruda realtà il disagio femminile, resistendo però alla tentazione di infiocchettare la narrazione con inutili orpelli linguistici.
Ho molto apprezzato l'esegesi di quelle dinamiche di disgregazione intersezionale che avvolgono la realtà femminile dove tutto viene deciso da altri: si è considerate diverse dalla società in quanto “straniere” pur essendo italiane e trattate diversamente dai propri famigliari in quanto donne.
L'emancipazione femminile viene rappresentata come costante pericolo degli equilibri famigliari scatenando un effetto domino. Tutto ruota attorno a lei: la sua verginità, il modo di esprimersi, l'abbigliamento...tutto deve seguire regole imposte per impedire alla famiglia di subire un disonore. Ecco allora l'imposizione di un matrimonio e l'inutilità di proseguire gli studi per confinare la donna a ruolo di moglie obbediente, cuoca, domestica.
Il paese di origine dei genitori - ideologicamente lontanissimo nella mente di Jasmin e dei suoi coetanei ma presenza costante di sottofondo - si riaffaccia continuamente come uno spettro che minaccia un rientro forzato in caso di disobbedienza.
La musica, da sempre simbolo di emancipazione per il mondo giovanile, apre una breccia che attrae come il canto salvifico della sirena, trasformandosi in terapia dai traumi e libertà di espressione.

Trovo che Specchi sbagliati in questo momento storico sia una lettura “necessaria”, fondamentale contributo per chi desidera approfondire la dualità del processo identitario adolescenziale di tutti quegli italiani che, a volte impropriamente, usiamo definire di seconda generazione. É quasi impossibile per il lettore, specie se lettrice, non uscirne profondamente turbata e modificata alla luce della condivisione. Ma l'opera di Tesfay è anche un elogio ai sentimenti, apogeo sull'amore e il suo contrario in tutte le sue forme: l'amore spasmodico per la libertà, quello materno di Vittoria per Jasmin, l'amore amicale e, intrappolato tra le pieghe della narrazione, l'amore dello scrittore verso l'universo femminile.
Il romanzo di Tesfay è come un albero dalle fitte ramificazioni le cui radici affondano nel cuore di quelle persone capaci di guardare avanti pur senza smettere di abbeverarsi alla sorgente delle proprie origini.

Brhan Tesfay è uno scrittore italiano di origini eritree, ha fondato una casa editrice, Edizioni Sui, che promuove quella che egli stesso definisce "una narrazione senza patria".

(articolo a cura di Agatha Orrico)

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