Anche questo mese i vostri amichevoli Cubalibri di quartiere si sono ritrovati per il consueto aperitivo, stavolta presso il Marlin Cafè. E così, tra un buon pirlo e qualche stuzzichino, abbiamo discusso del libro del mese, Le assaggiatrici di Rossella Postorino.
La valutazione complessiva del gruppo si è fermata a 3 stelle su 5. Un giudizio medio che riflette bene la varietà delle nostre impressioni. Da un lato, infatti, abbiamo chi ha trovato la scrittura scorrevole e capace di tenere viva l’attenzione, dall’altro, invece, c’è chi l’ha ritenuta fredda o troppo lenta, arrivando persino ad abbandonare la lettura.
Il tema del libro porta sicuramente con sé il peso di un periodo storico pieno di orrori che ha segnato la storia del mondo occidentale. Orrori che, sebbene non vengano espressamente descritti, restano di sfondo accompagnando il lettore per tutta la storia.
Il libro, infatti, è ambientato nel 1943 e narrato dal punto di vista di Rosa Sauer (personaggio di fantasia ispirato alla vera storia di Margot Wölk), giovane donna della Germania nazista, che viene scelta con altre 9 donne per essere un’assaggiatrice, ossia per mangiare i pasti destinati al dittatore con lo scopo di evitarne l’avvelenamento.
Di questa narrazione ha colpito in particolare la prospettiva di coloro che non si consideravano nazisti o erano addirittura contro il regime, ma non potevano fare altro che lavorare per esso. La cruda realtà di coloro che non sono eroi, non fanno gli eroi, ma sono costretti a sottostare a regole che non condividono per salvare la propria vita o quella altrui. è la realtà delle persone “normali”, è la quotidianità, quasi banale, di chi viveva sotto il regime. Vite normali costrette a sopravvivere.
Per quanto riguarda la protagonista, alcuni ne hanno apprezzato la fragilità e la mancanza di perfezione che l’hanno resa realistica e più “umana”; altri però non hanno condiviso fino in fondo la sua debolezza, aspettandosi di trovare una vera e propria eroina.
Uno degli elementi di cui si è più discusso è stato sicuramente la “storia d’amore”. Per qualcuno è un modo per attraversare l’orrore e riuscire a sopravvivere, mentre per altri è apparsa banale, poco convincente o addirittura fastidiosa. C’è chi l’ha letta come una metafora del rapporto con il nazismo stesso, ossia un legame ambiguo con ciò che, in fondo, tiene in vita.
Qualcuno di noi ha fatto notare come il titolo del libro si riferisse non a una sola, ma a più protagoniste. E proprio per questo, ci si aspettava forse una maggiore descrizione e profondità anche per le altre assaggiatrici. Nonostante ciò non sia avvenuto, in molti di noi sono rimasti colpiti dai rapporti instaurati tra le donne e dalle dinamiche che li governano. Proprio questo, forse, ha fatto nascere in noi la volontà di saperne di più, di essere più coinvolti nelle loro vite.
Siamo ormai arrivate al finale, una parte del libro che ha lasciato sicuramente in noi sentimenti contrastanti. Per qualcuno è stato deludente, ci si aspettava forse di più, per altri realistico e coerente con ciò che accade quando si sopravvive e si devono fare i conti con le conseguenze.
Una storia in grado di far riflettere su temi importanti, su come l’ideologia entra nella vita quotidiana senza far rumore, su quanto la follia collettiva possa incidere sulle persone comuni, sul controllo, la paura e le scelte difficili.
C’è una frase emersa durante l’incontro che secondo il modesto parere di chi scrive può riassumere perfettamente il tutto “una montagna russa di emozioni in un brodo di ordinario”.
Al prossimo mese!