Vi segnalo questo titolo uscito a fine ottobre per i tipi della Mondadori terza fatica di Alessandro D'Avenia.
Ve lo segnalo per un fatto autobiografico, ma non solo.
Infatti ho vissuto a Palermo in un quartiere limitrofo a Brancaccio nel periodo in cui è ambientato il romanzo ossia il 1993 anno delle stragi di Falcone, Borsellino e dell'uccisione di don Pino Puglisi.
Il libro è raccontato da un giovane, Federico, alter-ego dello stesso scrittore, che da adolescente sta pensando a cosa farà nelle vacanze estive
quando il suo insegnate di religione al liceo classico che frequenta in città, don Pino Puglisi, gli chiede di dargli una mano con i ragazzini di Brancaccio.
Federico è un appassionato di libri, suo fratello lo chiama "il Poeta", ed ha una venerazione per il Petrarca:
Il mio professore ci ha riempito le orecchie del monolinguismo di Petrarca e del suo far respirare l'anima in pochi vocaboli, essenziali come diamanti ripuliti dalla materia che c'era attaccata sopra.
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D'Avenia ci conduce per mano attravero i tanti volti di Palermo e ci fa guardare con i suoi occhi le bellezze e le brutture di quello che fu una delle capitali dell'antichità (Panormus, Tuttoporto).
Non posso essere obiettivo nel giudicare questo libro le cui parole sento nella carne viva dei miei ricordi, e che mi ha costretto a riguardare alle stragi mafiose, ai tanti funerali a cui partecipai. Alle bare di Falcone e degli altri uccisi con lui allineate nel Palazzo di Giustizia.
Alla bara di Borsellino...
Non ho avuto la fortuna di conoscere direttamente don Pino Puglisi. Anche se abitavo ad un tiro di schippo dalla sua chiesa, da tempo mi ero allontanato dal cattolicesimo praticante. Lo conoscevo di fama, per quello che cercava di fare a Brancaccio insieme a molti altri.
Ed io allora giovane iscritto al Partico Comunista andavo nottempo ad attaccare i manifesti elettorali in quel quartiere con la sicurezza che il mattino dopo li avrebbero staccati tutti e che la nostra sezione sarebbe stata oggetto come sempre di un fitto lancio di pietre.
E sono testimone di tanta gente che come me cercava di dare una mano per rendere quei quartieri pià vivibili per non rassegnarci alla mafia, alla cultura della violenza. Ma si deve pur vivere...
Nel 1995 mi arresi, scappai da Palermo, avevo un disperato bisogno di lavorare, mi rifugiai a Modena.
D'Avenia ci ricorda, con una prosa coinvolgente, che anche con la parola si può fare in modo che non tutto sia stato inutile e che la speranza può covare sotto la cenere della disfatta.
Io purtroppo nel 1995 persi la mia speranza.